Peppino De Lorenzo, dopo avere soffermato l'attenzione, domenica scorsa, su Ele Ferrannini, prosegue nei suoi ricordi per poi giungere, la prossima settimana, a rinverdire, come programmato, la figura di Andrea Ferrannini, padre di Ele.
Fa da intermezzo, aprendo un altro cassettino della memoria, l'incontro avuto, giovanissimo, con Antonio Abete, noto imprenditore italiano di origini beneventane, che, accettando di pubblicare il suo primo libro, con la propria casa editrice, disinteressatamente, gli aprì la strada per successivi lavori.
E' una suggestiva rievocazione personale che De Lorenzo rinverdisce che poi fu conclusa proprio con Andrea Ferrannini.
"Nel rievocare la figura di Antonio Abete (nella foto di apertura), prepotentemente, è ritornato alla memoria il primo incontro che ebbi con lui, più di cinquant'anni fa.
Un incontro che costituì per me l'inizio di alcune pubblicazioni che, di sicuro, senza di lui, non avrebbero visto la luce.
Antonio Abete è stato un noto ed indimenticato imprenditore beneventano, nato nella nostra città il 7 maggio 1905, da Luigi e Caterina Ricci di S. Marco dei Cavoti.
Sin da bambino, qui a Benevento, apprese dal padre i segreti dell'arte tipografica padre che, all'epoca, era il proprietario della tipografia "Le Forche Caudine".
Il giovane Antonio, poi, una volta trasferitosi a Roma, sviluppò la passione incarnata del genitore dando vita ad una funzionale azienda divenuta, da subito, un punto di riferimento nel settore che chiamò "A.Be.Te." e, con precisione, "Azienda Beneventana Tipografica Editoriale".
Questa azienda stampava, in milioni di copie, le famose schedine per il gioco del Totocalcio.
Di qui, una continua ascesa che lo portò ad una progressiva e costante ramificazione nel settore ricoprendo, nel contempo, prestigiosi incarichi di cui, fra i tanti, si ricordano la presidenza del Consorzio Area Sviluppo Industriale di Benevento ed, inoltre, quella dell'Unione Industriali di Roma, di cui fu presidente dal 1975 al 1980.
Non mancò, inoltre, di cimentarsi in altri settori. Quello alberghiero, ad esempio, rilevando, nella nostra città, la proprietà del Jolly Hotel che, con lui, divenne President Hotel.
Ad Abete, per tutti don Antonio, bisogna riconoscere il merito di non avere mai dimenticato Benevento, sua città natale.
Si ricorda il funzionale impianto tipografico per anni tenuto in via Vittorio Veneto, nel fabbricato Serino, ove, settimanalmente, lo si vedeva arrivare alla guida della sua Jaguar, di colore celeste mare, la ditta "Le Forche Caudine", all'angolo di piazza Roma, fornitissima di ogni prodotto di cancelleria e libri, nonché la sede amministrativa al viale degli Atlantici, nella villa Zamparelli.
Io, giovanissimo, invogliato dalla innata passione per la carta stampata, avevo curato la stesura di un manoscritto in tema di terapia termale.
Le difficoltà per una agognata pubblicazione non erano, di certo, poche.
Fu così che, parlandone con Paolo Delcogliano (nella prima foto in basso), magistrato, cui mi legavano affettuosi rapporti di parentela, questi prese con me l'impegno di interessare don Antonio Abete, suo amico fraterno, unitamente all'allora procuratore della Repubblica, Giuseppe Faraone (nella seconda foto in basso).
Ci incontrammo a villa Zamparelli ed Abete non esitò a concedere, seduta stante, il parere favorevole per la pubblicazione del lavoro con la
sua casa editrice che, poi, si concretizzò nel giugno 1974.
Insieme concordammo il titolo, "La cura Termale" (nella quinta foto in basso).
Non dimenticherò mai il giorno in cui don Antonio, nel corso di una sua venuta a Benevento, mi consegnò, personalmente, la prima copia del volume.
Ricordo, con riconoscenza mai sopita, quell'incontro e la gioia che a me, giovanissimo, quella pubblicazione infuse.
La stessa costituì lo spartiacque di futuri lavori sullo stesso tema che mi offrirono la possibilità di fare numerose ed interessanti conoscenze in campo sanitario.
Con don Antonio Abete rimase un ottimo rapporto fino al giorno della sua morte, avvenuta a Roma, il 23 febbraio 1987.
Il legame che aveva per la sua città gli permise di scegliere Benevento quale sua ultima dimora, ove riposa, nella cappella di famiglia, posizionata all'ingresso, a destra, entrando nel cimitero cittadino, dal primo cancelletto.
Ricordo che, nel corso della malattia, decise di essere tenuto in cura da un sanitario dell'Ospedale "Rummo", Adolfo Russi, primario della divisione di medicina.
E Russi, quando le condizioni di don Antonio non resero possibile più alcuno spostamento, si recava, periodicamente, a Roma.
Benevento salutò, degnamente, nel momento della scomparsa, Antonio Abete.
Il rito funebre, presieduto da mons. Carlo Minchiatti, arcivescovo della nostra comunità (nella terza foto in basso è con Antonio Pietrantonio, sindaco della città, al suo ingresso nella Chiesa di Benevento e con accanto mons. Rocco Boccaccino, vicario generale dell'Arcidiocesi), fu tenuto nella chiesa di Santa Sofia.
Poi, nel salone della Camera di Commercio, il primo a prendere la parola nella cerimonia di commemorazione, fu Vittorio De Nigris (nella quarta foto in basso), presidente dell'ente, che ricordò le doti eccelse dell'estinto.
A seguire, il prefetto Raffaele Sbrescia, il presidente onorario della Cassazione, Angelo Iannuzzi ed il sindaco Antonio Pietrantonio.
La commemorazione ufficiale fu tenuta dal procuratore della Repubblica, Giuseppe Faraone, che di lui parlò, segnatamente, quale uomo, padre, cittadino ed amico.
Faraone pose in evidenza l'amore profondo alla sua terra ove ritornava spesso.
Grande, era, inoltre, il suo senso dell'amicizia. Per questo, Faraone ricordò, l'abitudine di Antonio Abete di riunire tutti gli amici nella sua azienda alberghiera beneventana.
Faraone, tra l'altro, disse: "E' una parte di Benevento che è andata via con Antonio Abete, una parte delle mura, dei suoi monumenti, delle sue antiche pietre, una parte della sua storia e, soprattutto, una parte del suo cuore. Ma l'anima di Antonio Abete sopravvive e, con il muto linguaggio dei defunti, continuerà a parlarci e continuerà ad insegnarci che una sola sia la strada, quella dell'amore, che dobbiamo seguire, se vogliamo dare un significato alla breve giornata della vita".
Ad Antonio Abete è stata intitolata una strada nella nostra città ed una piazza a San Marco dei Cavoti".
2° parte
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