Non ne aveva mai vista così tanta di povertà nei suoi numerosi viaggi. Ma nello stesso tempo percepiva un senso di serenità in quei volti che avevano conosciuto solo la miseria ma erano felici di quel poco che avevano per vivere
Iatros
Il dio della coscienza
di Luca De Lipsis
Breve introduzione
"Iatros il Dio della coscienza" è una storia che si muove tra fantastico e reale, trovando nella prima sfera le soluzioni alle crude problematiche della seconda, alla maniera dei supereroi, il mondo al quale la storia è ispirata. Il genere è un "medico-fantasy" che abbraccia tematiche oscure e reali come il traffico di organi umani ad opera di un'organizzazione criminale che sfrutta lo stato di estrema povertà del terzo mondo.
Fioravante Guidoni, il protagonista della storia, è un giovane medico napoletano che lavora per un’associazione di volontariato operante in zone disagiate dell’Asia.
Durante la sua missione umanitaria, il medico si troverà a dover affrontare un'organizzazione terroristica dedita al commercio illecito di organi prelevati attraverso l’assassinio di esseri umani.
A causa di una mutazione genetica che subisce durante un incidente accaduto poco prima del suo sequestro, Guidoni acquisisce dei poteri sovrannaturali (come la capacità di narcotizzare e paralizzare i nemici con un semplice contatto) grazie ai quali, con la collaborazione di un popolo indigeno a lui fedele, riuscirà a fermare i malvagi meccanismi dell'organizzazione criminale e ad uccidere i suoi capi.
Capitolo 2
Il personale sanitario fu fatto salire su dieci autoblinde mentre i medicinali e altre attrezzature furono caricati su di un autocarro.
Ci vollero più di due ore per completare la preparazione e finalmente, in tarda nottata, l’esercito si mise in moto in direzione di Shaari.
In ogni veicolo erano presenti militari armati fino ai denti e, alle due estremità, la carovana era scortata da una decina di Jeep, anch’esse cariche di soldati.
Shaari distava più di duecento chilometri dall'aeroporto e si trovava immersa nella foresta pluviale.
Le autoblinde, dopo essersi immesse su una strada asfaltata, penetrarono nel cuore della foresta, dove un sentiero rudimentale e polveroso proseguiva tra migliaia di caatinghe e fitti cespugli di xerofite.
Tutt'intorno, il silenzio della notte era sovrastato dall’incessante ronzare di insetti.
Falcon spiegò ai suoi ospiti la disposizione di tutti i villaggi: Ci sono quindici insediamenti disposti a scacchiera nell'immenso manto verde della foresta: Shaari è quello più popoloso.
Sebbene siano villaggi satelliti della capitale hanno ciascuna una propria infrastruttura, dotata di tutte le forniture.
L'acqua delle abitazioni è prelevata attraverso tubature sotterranee direttamente dal fiume Mhiva, il più lungo dello Stato.
Nasce dal monte Tallan e dopo aver attraversato per più di cinquecento miglia tutta la foresta, addentrandosi nella riserva del popolo ramitiano, si getta nelle acque dell’oceano.
Ramitiani? intervenne Salzani, Ne ho sentito parlare: si tratta della popolazione indigena più antica del Gohar; pare abbiano anche origini divine.
Leggende metropolitane, rispose Falcon, i ramitiani vivono in estrema solitudine, completamente isolati dal contesto sociale.
Sono persone schive e poco socievoli, guidate da una sorta di sciamano che rappresenta il capo spirituale della popolazione.
Si chiama Aalok Ramit. Vivono di pesca e commerciano con il legname che prelevano illegalmente, deforestando il territorio. Ma loro sono protetti dal Governo centrale perché, essendo abili combattenti, più volte hanno fronteggiato i terroristi della Grande Organizzazione, sventando i loro attacchi.
Quindi vi sono di grande aiuto, osservò il fotoreporter.
Se fossero più collaborativi, anziché agire autonomamente senza alcun comando, forse sarebbero più utili alla causa.
In questo modo purtroppo mettono solo a rischio la loro vita e quella degli abitanti limitrofi.
Le strade di collegamento erano dissestate e i veicoli militari saltavano come grilli sull’asfalto sconnesso, mettendo a dura prova le loro sospensioni.
Il movimento sussultorio rendeva il riposo dei passeggeri decisamente problematico.
Certo che a quest'ora la foresta mette molta paura, osservò Grandoli, stretta a Guidoni, tutt'intorno è nero come la pece.
Non mi meraviglierei di incontrare qualche tigre asiatica affamata di carne umana, le rispose ironico Guidoni.
Io ne ho viste tante, intervenne Salzani, e vi assicuro che da vicino fanno molta paura.
Meglio le tigri che i terroristi, commentò Tomacielli, cercando di distendere l'aria fin troppo tesa.
Falcon intervenne deciso a tranquillizzare gli ospiti: Siamo preparati a tutto e ben attrezzati.
Dubito che i terroristi possano avere teso un agguato. Il nostro equipaggiamento è migliore del loro; per questo evitano lo scontro diretto.
La loro tattica di attacco è semplice ma efficace: si infiltrano nei villaggi che non hanno adeguata protezione militare e fanno razzie di uomini, donne e bambini.
Siete mai riusciti a catturare qualche terrorista per cercare di risalire alla base dell'Organizzazione e programmare un'incursione armata? Domandò Guidoni.
In dieci anni che li combatto, sono riuscito ad arrestarne qualche decina ma nessuno di loro ha mai rivelato nulla, neanche sotto tortura. Piuttosto che parlare, qualcuno si è addirittura suicidato.
Per questo non riusciamo a cavarne un ragno dal buco.
Un nemico sanguinario e disposto a tutto per di salvaguardare i vertici dell'Organizzazione, fu il rassegnato commento di Guidoni, che proseguì il viaggio immerso nei suoi pensieri, offuscati dal sonno e dalla stanchezza.
Arrivarono a Shaari che era notte fonda. Li attendevano, al centro di una piazza, due persone con il camice addosso.
Appena Falcon e Tomacielli scesero dal veicolo, i due sanitari gli andarono incontro.
Salve, sono Fulvio Russi. Lui è il mio assistente, Enrico Raghino. Siamo i medici di turno, questa notte.
Benvenuti. Quello è il nostro ospedale, disse il suo collega indicando col dito una palazzina che a malapena si vedeva nell'oscurità, oramai siamo qui da più di tre mesi e ci sentiamo a casa nostra.
Come è organizzata la turnazione dei medici dell'Associazione? chiese Tomacielli.
Shaari è abitata da più cinquemila famiglie. Noi prestiamo la nostra assistenza anche ai villaggi vicini, che distano una ventina di chilometri gli uni dagli altri, sempre scortati dalle milizie del comandante Falcon.
L'unico ospedale referente è questo.
E' diviso in tre padiglioni: in uno abbiamo ricoverato i pazienti denutriti e quelli anziani, in un altro i malati infetti e poi c’è il reparto chirurgico con annesse sala operatoria e terapia intensiva.
Riuscite ad eseguire qualsiasi tipo di intervento? domandò Guidoni.
Non abbiamo mezzi sufficienti per salvaguardare la salute di tutti. Molto spesso mancano le sacche di sangue e i medicinali.
A volte, anche il vitto non basta per tutti i ricoverati e siamo costretti a razionarlo. Ecco perché i casi più disperati li trasportiamo con l’eliambulanza fino alla capitale, a circa due ore di volo da qui. Via terra sarebbe troppo pericoloso... Avete visto in che posto sperduto ci troviamo?
In effetti sembriamo isolati dal resto del mondo, fece Guidoni, e via terra siamo sotto il tiro della Grande Organizzazione.
Tomacielli presentò il resto della comitiva, precisando la specializzazione di ognuno di loro.
L'equipe mandata da Gadrone avrebbe dato un grosso aiuto a quella già insediata.
Ciascuno, oltre alle competenze specifiche, poteva ricoprire più mansioni di assistenza, dal barelliere al magazziniere, fino all'autista per soccorso domiciliare o al collaboratore per l'elitrasporto.
Nessuno di loro si sarebbe tirato indietro, pur consapevole dei rischi a cui andava incontro lavorando in quel posto ostile.
Quanti anestesisti rianimatori e chirurghi ha in dotazione l'Associazione? domandò Guidoni per farsi un’idea circa l’organizzazione delle sale operatorie.
Con il vostro arrivo la compagine è aumentata: Siamo dieci chirurghi e quattro anestesisti, questi ultimi tutti del posto, assolutamente insufficienti viste le esigenze operatorie.
Inoltre, da un paio di giorni si rifiutano di operare, a causa della scarsa sicurezza sanitaria.
Due anestesisti hanno dato defezione per domani, e noi abbiamo una lista di attesa piuttosto impegnativa.
Se ti serve una mano, da domani sarò già operativo, rispose Guidoni, sono un anestesista rianimatore.
Gadrone mi aveva già anticipato le vostre criticità, anche se non immaginavo fossero così gravi. Per questo mi ha pregato di essere disponibile il prima possibile.
Ora, il tuo resoconto ha rafforzato la mia determinazione.
Anche Tomacielli e Recci assicurarono la loro presenza già dal giorno successivo, al cambio turno.
Mi fa molto piacere, aggiunse Russi, Questo è il nostro spirito e sono felice che tutti voi lo condividiate.
Tuttavia, visto che avete solo qualche ora di sonno, vi consiglio di andare a riposare perché domani sarà una giornata campale.
Come tutte del resto. Ma ve ne renderete conto vivendo con noi al villaggio.
Gli alloggi assegnati ai medici erano delle stanze singole allocate in un’unica struttura in muratura, disposta su due piani.
Al piano terra vi erano un salotto comune e un'ampia sala da pranzo. L'arredo era occidentalizzante, semplice e pratico.
Al piano superiore si trovavano le camere, anch’esse pulite e confortevoli.
Il giorno successivo Guidoni si svegliò che aveva da poco iniziato ad albeggiare. Il caldo già si era fatto soffocante.
Per quanto avesse trascorso la notte in dormiveglia, si sentiva comunque ritemprato.
Uscì dalla sua camera e, prima di raggiungere l'ospedale, volle farsi un giro del villaggio.
Il contesto urbano era suddiviso in più quartieri, attraversati da una fitta rete stradale, parzialmente asfaltata, che si districava tra le varie abitazioni, ben allineate tra loro. Vi erano edifici di diverse dimensioni, diroccati e sporchi, attorno ai quali si vedevano piccoli orticelli.
Quegli orticelli devono essere la loro fonte primaria di sostentamento, pensò Guidoni.
Lungo la strada circolavano liberamente galline, uccelli locali e cani randagi a fargli compagnia.
Vide due bambini scalzi portati per mano da una signora, che li stava accompagnando alla fermata del bus.
Guidoni si diresse nella piazza costruita al centro dell'insediamento, dietro la quale si ergeva l'ospedale.
Di giorno e da quella posizione, lo vide in tutta la sua interezza.
Accanto all'ospedale notò una scuola e un negozio di alimentari.
La sua attenzione fu distolta dal rumore di un pulmino che si fermò davanti a lui.
L'autista aprì le porte e fece scendere dieci bambini che si diressero verso la scuola.
Tra di essi vi erano anche i due che aveva precedentemente notato alla fermata.
Guidoni rimase scosso da quel senso di povertà che il villaggio gli incuteva. Non ne aveva mai vista così tanta nei suoi numerosi viaggi.
Ma nello stesso tempo percepiva un senso di serenità in quei volti che avevano conosciuto solo la miseria ma erano felici di quel poco che avevano per vivere.
Entrò in ospedale e si guardò intorno. Tutta l'infrastruttura si presentava fatiscente come il resto di Shaari. Anche la sala operatoria era un ambiente angusto e primordiale.
Sembrava un ambulatorio di terza classe allocato nel più malfamato quartiere cittadino.
Russi, che era già arrivato e lo stava aspettando, colse il disappunto del collega e si sentì in dovere di spiegargli un po' quel contesto: Purtroppo questa struttura sta cadendo a pezzi ma è pur sempre l'unico ospedale della zona e quindi deve essere necessariamente operativa. Abbiamo poca strumentazione ma cerchiamo di fare del nostro meglio. Pensa che il sistema di evacuazione dei gas di anestesia è malfunzionante e molti di noi sono già stati avvelenati per averli inalati in quantità tossica.
Ma gli ingegneri sanitari non hanno provveduto a riparare il guasto?
Il problema è insorto recentemente, almeno secondo i nostri standard perché risale a circa quindici giorni fa.
Tutti i tecnici del settore risiedono nella capitale e prestano la loro assistenza soltanto una volta al mese, quando riescono a raggiungere il presidio ospedaliero.
Comunque, se non te la sentissi di operare, ti comprenderei.
Potresti sempre andare nel reparto di medicina generale; anche lì siamo carenti di personale sanitario e oberati di lavoro.
Guidoni lo ascoltò sfiduciato ma non si tirò indietro.
Se siamo qui è perché dobbiamo salvare vite umane, anche a costo della nostra salute. Non mi tirerò certo indietro.
Il reparto di medicina sarà presidiato da Grandoli e Gentili, le mie infermiere, che sanno come muoversi anche in caso di criticità. Mi vado a cambiare.
Ci vediamo tra un po'.
Ti ringrazio per il tuo coraggio, e anche la comunità te ne sarà grata, rispose Russi stringendogli la mano.
I medici erano consapevoli di lavorare in una realtà impegnativa ma soprattutto drammatica, dove la loro opera avrebbe fornito cure altrimenti precluse.
Tutti i medici in servizio si erano riuniti in un piccolo studio per un summit.
Avevano discusso dei casi da trattare chirurgicamente e di quelli destinati alle cure mediche intensive e si erano divisi i compiti.
Guidoni fu assegnato alla sala operatorio insieme ai chirurghi mentre Recci e Tomacielli avevano preferito dare una mano a Grandoli e Gentili nella gestione del reparto.
Questi malati sono affetti da malattie croniche ormai completamente scomparse nel mondo occidentale, commentò Tomacielli con un velo di perplessità.
Inoltre, aggiunse Grandoli, una collega del posto mi ha confidato che i farmaci non bastano per tutti e noi dobbiamo somministrarli soltanto a chi ne ha più bisogno.
Spesso i malati guariscono e tornano a casa ma dopo qualche giorno si ricoverano nuovamente per la ricomparsa della malattia.
Di fatto esiste una selezione naturale, dove il più forte sopravvive, a prescindere dalle cure che gli vengono corrisposte, osservò Recci.
E quando non sono le malattie a provocarne la morte finiscono ostaggi della Grande Organizzazione che gli procura una fine ancora più atroce, rispose Grandoli.
Salzani, accompagnato da Falcon e da cinque dei suoi uomini, si diresse nelle aree rurali circostanti, dove avrebbe documentato lo stile di vita di quel popolo, ma anche le difficoltà giornaliere che doveva affrontare per guadagnarsi una misera razione di cibo, per lo più frutto di caccia e di pesca. I più fortunati si potevano permettere anche un piccolo orticello, nel quale coltivare qualche ortaggio.
Falcon, durante il viaggio, raccontò al fotoreporter le abitudini di vita degli abitanti del Gohar.
Purtroppo, disse, a causa della guerra civile e della povertà, molti bambini sono rimasti orfani dei propri genitori e gli Istituti di accoglienza si sono moltiplicati negli ultimi tempi.
Il Governo centrale dà un sussidio minimo che a malapena permette agli orfanotrofi di arrivare a fine mese.
Tra poco l'accompagnerò in una di queste strutture, un posto piuttosto buio e malconcio purtroppo.
Prima di arrivare all'orfanotrofio vorrei passare in un market per portare un po' di generi alimentari a questi poveri orfanelli. Chi li assiste?
Le suore dell'Addolorata, che siano benedette! Loro cercano di dargli anche una minima istruzione.
Una volta arrivato all’interno dell’edificio con il suo carico alimentare, Salzani rimase stupefatto.
La povertà che aleggiava intorno a quelle mura era anche peggiore di quella che aveva immaginato.
Filmò tutto quello che ritenne utile per il suo documentario-denuncia: Mani, visi, sorrisi di bambini che gli giravano intorno incuriositi dalla macchina fotografica, ragazzi che studiavano o che giocavano fuori nel cortile.
Si commosse nel vederli mendicare un po' di cibo, muovendosi intorno alle sue gambe, con i loro occhietti pallidi rivolti in su.
Ricevono a malapena quanto basta per non morire di fame, disse Falcon.
Gli stessi abitanti del villaggio, quando hanno la possibilità, si tolgono il pane di bocca per sfamarli, ma non basta.
Dissenteria, febbri gialle ed altre infezioni sono all'ordine del giorno qui.
Gli orfani più audaci una volta cresciuti lasciano il sobborgo in direzione della capitale Japur, sperando di trovare miglior fortuna.
Qualcuno finisce arruolato nelle file della Grande Organizzazione, in cambio di un modesto stipendio, diventando esso stesso nemico di chi, fino a poco tempo fa, lo aveva allevato e cresciuto, seppur tra stenti.
Salzani, ascoltò con attenzione le parole del generale, mentre con dolcezza donava loro le cibarie che aveva acquistato al market, percependo tutto il dolore di quelle creature.
Durante il corso della visita vi furono anche momenti più distensivi, come la festa delle donne del villaggio, che cantarono e ballarono musiche del posto, accompagnate dalle percussioni dei tamburi, dai clarinetti e dalle melodie dei surbahar.
Dopo la festa, Salzani fu ospitato in una tendostruttura e inviato a degustare i piatti tipici locali.
Ritornò a Shaari che era sera inoltrata, soddisfatto di aver messo le basi per un altro report di denuncia.
Guidoni aveva da poco finito in sala operatoria quando, giunto nella stanza dove era ospitato, iniziò ad accusare i primi malesseri.
Un cerchio alla testa lo fece barcollare. Si dovette stendere sul letto per non cadere.
Grandoli, che arrivò poco dopo, lo trovò riverso sul letto, in stato confusionale.
Caro, cosa ti è successo? domandò carezzandogli il viso.
Purtroppo è stata una giornata impegnativa e la stanchezza, finiti i compiti, ha preso il sopravvento... Poi ci si è messo anche quel maledetto sistema di evacuazione dei gas, guasto da più di quindici giorni. Ho inalato tutte le scorie tossiche del ventilatore di anestesia.
Non andare a lavorare domani. Fatti sostituire e riposati. Non devi rischiare così tanto.
Temo di essere l’unico anestesista rimasto e non posso permettermi defezioni: La lista di attesa è lunga e i pazienti hanno bisogno di essere operati al più presto.
Allora stasera proverò a curarti io, preparandoti una bella tisana, rispose Grandoli.
Grazie del tuo aiuto.
Senza di te non saprei come fare, mormorò Guidoni guardandola negli occhi, prima di sciogliersi in un tenero bacio.
Poi sentì il profumo della sua pelle inebriargli i sensi e in un attimo dimenticò sia la guerra che il malessere che l’aveva colto.
Fu un dolce momento, ma durò poco.
A causa di una forte nausea, trascorse quasi tutta la notte in bagno vomitando materiale biliare verdastro.
Accusava dei dolori talmente lancinanti che a stento riusciva a contenere le urla mentre Grandoli piangeva sommessa sotto le coperte, quasi pentendosi della scelta fatta assieme al suo amore di venire nel Gohar.
Il giorno successivo, seppure assonnato, Guidoni era nuovamente operativo.
Le suppliche di Grandoli non bastarono a farlo desistere dai suoi propositi. Giunto in ospedale trovò in sala operatoria Tomacielli e Recci, che avevano dato il cambio ai chirurghi del giorno precedente.
Come ti senti Fiore? chiese Recci vedendolo pallido come un cencio.
Sto bene Dario, grazie.
Un po' di malessere legato al fuso e alla stanchezza, ma sono operativo.
Allora, se siamo tutti d’accordo, direi di iniziare la seduta pediatrica.
Oggi ci sono molti bambini che devono essere sottoposti ad interventi chirurgici, disse Tomacielli infilandosi i guanti sterili.
La seduta operatoria, come da prassi, durò tutta la giornata ma verso la fine i sintomi dell'avvelenamento che avevano colto Guidoni il giorno precedente si fecero più pronunciati.
Ebbe un mancamento e fu soccorso dai due amici chirurghi.
Lo sollevarono con le braccia, stendendolo sulla barella. Respirava a fatica.
Accompagniamolo in infermeria, disse preoccupato Tomacielli, potremo somministrargli una glucosalina e dargli ossigeno in maschera.
Durante il trasporto Guidoni iniziò a sudare freddo e ad avere le allucinazioni, tanto che Tomacielli dovette iniettargli un calmante, che lo fece cadere in un sonno profondo...
sabato prossimo il terzo capitolo di questo avvincente racconto