Questa domenica, Peppino De Lorenzo ricorda un personaggio con una triste storia che ha accompagnato l'intera sua esistenza

Questa domenica, Peppino De Lorenzo ricorda un personaggio con una triste storia che ha accompagnato l'intera sua esistenza

Si tratta di Alessandro Conte spentosi in una calda giornata di questa torrida estate. Fu allevato con amore dalla mamma, vedova a 32 anni. L'improvvisa scomparsa del padre, il giovane magistrato Giovanni Conte, nel 1958, appena 35enne, all'epoca in carico al Tribunale destò vasta eco

Questa domenica, Peppino De Lorenzo ricorda un personaggio, con una triste storia che ha accompagnato l'intera sua esistenza.
Si tratta di Alessandro Conte spentosi in una calda giornata di questa torrida estate, il 15 luglio per la precisione, estate che, a breve, speriamo di lasciare alle spalle.
"Ci sono delle vite umane che invitano a riflettere. Ed una di queste è appunto quella di Alessandro Conte, spentosi da poco che, sicuramente, molti ricorderanno essendo, tra l'altro, la sua abitazione ubicata in uno degli edifici storici di viale Atlantici, quelli che fiancheggiano via Tonina Ferrelli.
Alessandro Conte, classe 1953, rimase orfano di padre, all'età di 5 anni.
Fu allevato con amore dalla mamma, vedova a 32 anni (nella foto di apertura il piccolo Alessandro qualche anno prima della morte del padre).
L'improvvisa scomparsa del giovane magistrato Giovanni Conte, nel 1958, appena 35enne, all'epoca, in carico al Tribunale di Benevento, in quel tempo ubicato a piazza Guerrazzi, destò vasta eco (nella prima foto in basso, Giovanni Conte).
Ricordo come se fosse oggi, io avevo dieci anni, quando, quella sera, la notizia, imprevista ed inattesa, giunse all'oreficeria Babuscio, quest'ultima della famiglia di mia madre.
Tra l'altro, una parentela legava le famiglie Conte e Babuscio.
Gli anni poi passarono, ed io, divenuto medico, un giorno ricevetti una telefonata da parte della mamma di Alessandro, Lina Pironti (nella seconda foto in basso).
Questi, oramai più che 30enne, presentava dei disturbi per cui doveva essere seguito con assiduità.
L'interlocutrice cercò di rendermi edotto della comune parentela ed io, da subito, senza esitare, ritornai a quella lontana sera in cui, bambino, nell'oreficeria Babuscio, in silenzio, ascoltai la notizia della tragedia da poco verificatasi.
Mi resi disponibile, senza esitare.
Da allora, nel corso di vari decenni, ho seguito Alessandro, in perfetta sintonia con il medico di famiglia.
Il rapporto con lui è stato meraviglioso, così come quello intessuto con la mamma, fino a quando, quest'ultima, nel 2024, 98enne, si è spenta.
Malgrado i suoi disturbi che spesso attraversavano fasi di ciclica riacutizzazione, Alessandro è stato sempre corretto, disponibile, educato.
Mi ha voluto bene, veramente bene, ed io, per lui, segnatamente nei momenti critici, rappresentavo una sicura ancora di salvezza.
Le sue patologie, malgrado cronicizzate, non hanno mai scalfito la sua signorilità.
Negli ultimi mesi, lo confesso, la situazione mi era sfuggita di mano quando Alessandro, non essendo più in grado di vivere da solo, è stato costretto ad un ricovero a lunga durata.
Infatti, l'incalzare dei disturbi, ha imposto che lui cambiasse le sue abitudini quotidiane, limitasse la libertà e, quindi, costretto a rimanere per lungo tempo in casa ed in più da solo.
Per fortuna, con spirito di grande umanità, è intervenuta una parente della mamma, la dottoressa Maria Pia Pironti.
Sono convinto che quest'ultima, allo stato, non gradisca il mio rendere pubblico il suo operato.
Da parte mia, però, nel periodo difficile della vita d'oggi, in cui assistiamo allo smarrimento di tutti i valori, ritengo doveroso additare ad esempio un comportamento spontaneo e disinteressato, come quello della dottoressa Pironti.
Un raggio di sole, dunque, nel buio sempre più fitto che ci circonda.
Oggi, Alessandro riposa nella cappella di famiglia nel cimitero di San Nazzaro.
Qualche giorno fa, mi sono recato lì.
Ho avuto modo di ringraziarlo per il bene che mi ha voluto anche nei momenti in cui la vita era divenuta per lui scomoda, nemica, quasi estranea.
Nel silenzio che mi circondava, gli ho detto: "Alessandro, il mondo, ad un tratto, non ha più avuto un posto per te.
Eri rimasto solo. Ti ricorderò sempre in quanto mi hai saputo dimostrare che i legami veri non conoscano barriere".
Lasciando il cimitero di San Nazzaro, dopo avere ringraziato il custode che, con molto garbo, mi aveva fatto da guida preziosa, ho pensato che, pur se tra tante difficoltà, con Alessandro mi sia sentito medico, come non mai".

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