L'appello accorato di monsignor Autuoro di disponibilità verso gli anziani non rimarrà del tutto inascoltato. Un appello, il suo, che invita a riflettere, con la speranza, di continuare a parlarne con lui a viva voce

L'appello accorato di monsignor Autuoro di disponibilità verso gli anziani non rimarrà del tutto inascoltato. Un appello, il suo, che invita a riflettere, con la speranza, di continuare a parlarne con lui a viva voce

La morte dei miei familiari in piena vitalità, spensero il sorriso nella mia casa e la solitudine di quegli anni non l'ho mai dimenticata, afferma Peppino De Lorenzo

Nei giorni addietro abbiamo avuto l'opportunità di soffermarci, riportandolo integralmente, sull'asserito, senza dubbio incisivo, di monsignor Autuoro, tra i primi contatti avuti con la città da quando è stato nominato arcivescovo di Benevento, in cui ha precisato che, oggi, si abbia poca disponibilità verso gli anziani, segnatamente, nel loro ultimo tratto di vita, prima della morte.
Asserito, riportato solo da "Gazzetta", passato inosservato e volato via con la stessa rapidità con cui gli anziani, appunto, vengono dimenticati.
E' in questa ottica che, questa domenica, Peppino De Lorenzo si sofferma su qualche suo recente vissuto particolare che per lui non ha reso serena l'estate che ci accingiamo a lasciare alle spalle.
Le odierne parole di De Lorenzo riescono ad accomunare non pochi esseri umani, almeno quelli, e ve ne sono ancora, che, malgrado i tempi, restano convinti che la vera ed indissolubile ragione dell'esistenza sia solo e semplicemente l'affetto e l'amore che, giorno dopo giorno, ci unisce. E le sue parole destano una forte capacità di ringraziare, dinanzi all'ultimo respiro, chi ci sia stato vicino nei momenti difficili.
Di qui, la speranza che il monito di monsignor Autuoro non sia, quindi, caduto del tutto nell'oblio.
Da medico, in tanti anni, De Lorenzo ne ha viste e continua a vederne veramente tante e, a suo dire, il comportamento verso chi è avanti negli anni, come il pendolo di Schopenauer, oscilla tra la superficialità di alcuni a chi, invece, segue i propri anziani con un affetto che non conosce limiti.
"La mia è stata una famiglia tradizionale, semplice e dignitosa. Mia madre, casalinga, apparteneva alla famiglia Babuscio, orafi per tradizione, sorella di Anacleto (nella prima foto in basso), mio padre Giovanni, insegnante di matematica e fisica al Liceo Scientifico "Gaetano Rummo" (nella seconda foto in basso).
La mia condizione di figlio unico non mi ha permesso di avere termini di confronto con fratelli e sorelle.
Poi, la morte di zia Anna, insegnante di lettere alla Scuola Media "Pascoli", divorata dal cancro a poco più di 40 anni, che per me fu una seconda mamma (nella terza foto in basso), quella di zio Anacleto, a 56, che mi viziò non poco, e, in ultimo, quella di mio padre, a 59.
Rimasi con mia madre, raggiunsi la laurea, e, da solo, incominciai la professione approdando, poi, all'Ospedale "Rummo".
Fu lì che conobbi Bice con la quale ho vissuto una esistenza ricca di emozioni mai scontate, svolgendo con lei, per 43 anni, la professione di medico, ogni giorno, dietro la stessa scrivania.
La vita, anno dopo anno, porta lontanissimo. Tuttavia, quanto è stato vissuto con intensità resta chiuso dentro di noi come se custodito in una cassaforte.
Sì, è vero, l'esistenza, talvolta, ti toglie persone care con cui hai trascorso importanti periodi dell'esistenza terrena, ma non riesce, però, mai e poi mai, a sottrarti ricordi, emozioni, gioie e dolori con loro vissuti.
La morte dei miei familiari in piena vitalità, spensero il sorriso nella mia casa e la solitudine di quegli anni non l'ho mai dimenticata.
Epperò, il destino, d'un tratto, mi fece trovare circondato da nuovi affetti che, silenziosamente, presero il posto di quelli smarriti tanto crudelmente.
Da un lato, la famiglia Babuscio, egregiamente guidata dalla moglie di Anacleto, Enza Caggiano, originaria di Buonalbero (nella foto di apertura) e dai tre figli Nicola, Enrico ed Antonio. Dall'altro, quella di Bice, con tre sorelle, i cognati ed i miei meravigliosi suoceri.
Con questi due nuclei familiari, che hanno fatto parte della mia vita, ho avuto un legame fortissimo ed un affetto senza limiti.
Mai una discussione, un malinteso, uno sgarbo anche banale. A questi congiunti devo la mia ritrovata serenità.
Ecco perché la scomparsa di Enza Caggiano, in piena calura estiva, con qualche altro problema sanitario di non poca entità, sempre in famiglia, ha permesso che affiorassero ricordi stupendi.
Del resto, la realtà dimostra che ciò che sia intimamente posseduto dal cuore non possa, comunque, mai dimenticarsi.
Spesso la vita, senza volerlo, allontana chi si ama ed anche se tanti episodi sembrano svanire, il vissuto, però, resta, indissolubilmente, inciso dentro di noi.
Comprendo molto bene che l'età abbia una sua importanza innegabile, ma, per ogni essere vivente, secondo il mio credo, la vita non conosca età. In questo, concordo in pieno con l'arcivescovo.
Negli anni in cui, prima di approdare in psichiatria, svolgevo la mia attività professionale in neurologia, quando, trovandosi al cospetto di persone avanti negli anni, l'infermiere di turno poneva in evidenza, ogni volta, questo elemento e, quindi, fors'anche l'inutilità di qualsiasi intervento farmacologico incisivo, io ero solito ripetere loro: "Ricordate sempre che per un figlio un genitore non ha età".
Ecco perché, in questa occasione, i ricordi, uno più bello dell'altro, veramente tantissimi, sono emersi prepotenti dinanzi ad una situazione luttuosa facendo emergere la spensieratezza dell'infanzia e l'amore della famiglia di origine.
Un ritorno al passato, un viaggio non previsto nel cuore pulsante della giovinezza.
Da quando Enza Caggiano entrò, fidanzandosi con mio zio Anacleto, nella nostra famiglia, ho sempre apprezzato, rimanendone colpito, la sua incarnata pacatezza nell'argomentare, il rispetto e la disponibilità verso tutti, la convinta conoscenza delle situazioni e delle persone.
Anni vissuti insieme che hanno rappresentato la fragilità della memoria, sì, di episodi oramai lontani che se anche scivolati via, hanno, però, lasciato una traccia indelebile.
L'esistenza di Enza Caggiano dimostra quanto la vita sappia essere talvolta spietata e paradossale.
Ci affida gioie immense, ma anche dolori insopportabili.
Sopravvivere, come è stato per lei, alla morte di un figlio, come nel caso di Nicola, è il dolore più atroce che si possa provare.
Ed anche in quella terribile circostanza, seppe mantenere il contegno della persona equilibrata.
Nel silenzio, custodì, mirabilmente, dentro di sé, il suo dolore di mamma.
Quando, in un torrido pomeriggio estivo, ho accompagnato Enza a cimitero, lì non ho lasciato solo lei, ma anche uno dei miei affetti più cari.
Ora riposa in quella edicola votiva che fu voluta da me e Nicola.
Così, tutti insieme, l'uno accanto all'altro, trascorreremo il riposo dell'eternità nel prosieguo dell'amore che ci ha uniti in vita.
Ecco, quella cerimonia non fu una corsa con lo scopo precipuo di chiudere il discorso.
Mi è gradito confidare a monsignor Autuoro che, mentre si concludeva il mesto rito della sepoltura, d'un tratto, ho rivolto lo sguardo all'oculo che contiene i resti mortali di nonno Nicola (nella quarta foto in basso, Peppino De Lorenzo, bambino, è con il nonno) e delle sorelle Leonilda e Lucia, queste ultime che dell'oreficeraia furono le principali protagoniste.
Ero circondato dai figli di Nicola, Enrico ed Antonio. Ammiravo lo sguardo pulito di questi ragazzi che, di sicuro, sapranno continuare la tradizione familiare.
Un plauso alle loro mamme, Stefania Fallarino, Annamaria Miele ed Angela Pacilio che, nel mondo difficile che attraversiamo, li hanno saputo educare al bene ed alla saggezza.
Quanto desidererei ritornare a Buonalbergo, ai nostri pranzi natalizi, alle vacanze con Enza ed i figli, a Scauri, in quell'edificio in via Cesare Balbo, al civico 2 (nella quinta e sesta foto in basso, Peppino De Lorenzo, ragazzo, è con i cugini Nicola ed Enrico Babuscio, piccoli, sul balcone di quella casa a Scauri), rivedere Enza, appunto, venire a casa mia, puntualmente tutte le sere, per intrattenersi con mia madre fino a quando quest'ultima era ancora in vita.
Un fiume di ricordi!
Lo stesso affetto vissuto in casa di mia moglie dal giorno del nostro fidanzamento.
Anche qui sono stato sempre voluto bene rimanendo soddisfatto del passato del quale non cambierei una sola virgola ed attendo, con incarnata serenità, il breve futuro che mi aspetta.
Mi accorgo che il mondo di oggi non sia più mio.
Sì, appartengo ad un'altra generazione. Un'epoca semplicissima, ma terribilmente fantastica.
Tempi in cui la vita appariva più intensa, ricca di futuro, realtà che solo il ricordo riesce a fronteggiare appieno con i rimpianti, i giorni belli, le parole taciute.
E' proprio così. Malgrado i tempi e le crudeltà della vita, i ricordi, segnatamente quelli della giovinezza, restano lì, immobili, fino alla morte.
Carissima Enza, e nel tuo ricordo associo tutti i familiari, grazie per il tuo affetto, per la tua fiducia, per il coraggio di avere saputo, mirabilmente, ridare speranza, tanti anni fa, ad un giovane, come me, smarrito nella solitudine della vita.
Abbiamo dimostrato di essere un nucleo familiare unito come una roccia e nulla ha mai scalfito il nostro affetto.
Oggi, mi manchi e, adesso, quando mi fermo a pensare, il breve spazio di tempo che mi rimane da vivere, per me è più povero.
Concludendo, l'appello accorato di monsignor Autuoro non rimarrà del tutto inascoltato. Un appello, il suo, che invita a riflettere, con la speranza, condividendolo, di continuare a parlarne con lui a viva voce".

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