Le cronache raccontano di una sala gremita, di un dibattito articolato, della volontà di superare appartenenze e contrapposizioni storiche per tornare a ragionare sul destino della città

Le cronache raccontano di una sala gremita, di un dibattito articolato, della volontà di superare appartenenze e contrapposizioni storiche per tornare a ragionare sul destino della città

Tutto questo rappresenta già una novità apprezzabile in una Benevento che sembra essersi progressivamente abituata a non solo a delegare ad altri le decisioni riguardanti il proprio futuro, ma addirittura a rinunciare ad immaginarsene uno. Eppure, osservando le immagini dell'incontro Viespoli-Del Basso, una cosa mi ha colpito, la pressoché totale assenza di giovani, commenta Jean Pierre el Kozeh

Jean Pierre el Kozeh (foto), imprenditore, musicista e manager, commenta l'appuntamento organizzato da "Cittadino Sudd" sul tema "Invertire il declino. Riflessioni sulla città".
"Gentile direttore - scrive - non ho potuto essere presente all'incontro ma, pur vivendo ormai da molti anni lontano dalla città, continuo a seguirne con grande attenzione, anche grazie alla sua testata, le vicende, conservando un legame profondo con un luogo al quale devo molto e del quale, proprio per questo, non riesco ad accettare con disinteresse il progressivo declino.
A questo si aggiunge il forte e antico affetto che mi lega a Pasquale Viespoli, del quale ho sempre apprezzato una profondità di pensiero e una capacità di analisi non comuni, qualità tanto più preziose in un tempo nel quale la politica sembra aver progressivamente smarrito il gusto del ragionamento, della complessità e persino del confronto.
E' dunque, con lo spirito di chi riconosce il valore dell'iniziativa, ma con la libertà intellettuale che il senatore mi ha sempre riconosciuto anche quando le nostre idee non erano convergenti, che vorrei condividere una riflessione maturata leggendo i resoconti della mattinata.
Le cronache raccontano di una sala gremita, di un dibattito articolato, della volontà di superare appartenenze e contrapposizioni storiche per tornare a ragionare sul destino della città.
Tutto questo rappresenta già una novità apprezzabile in una Benevento che sembra essersi progressivamente abituata a non solo a delegare ad altri le decisioni riguardanti il proprio futuro, ma addirittura a rinunciare ad immaginarsene uno.
Eppure, osservando le immagini dell'incontro, una cosa mi ha colpito: la pressoché totale assenza di giovani.
Non ignoro che dei giovani si sia parlato, anzi, che proprio la loro fuga e l'impossibilità di offrire prospettive alle nuove generazioni siano state indicate tra le questioni centrali del declino cittadino.
Ma è precisamente da qui che nasce la mia riflessione: possiamo davvero immaginare un progetto per il futuro senza coinvolgere coloro sulle cui gambe quel progetto dovrà necessariamente camminare?
A questo proposito è difficile non cogliere una coincidenza particolarmente significativa.
Proprio il 31 ottobre, mentre a Benevento si discuteva di come invertire il declino, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando al Quirinale gli studenti del collegio universitario Villa Nazareth, ricordava che, in tempi non facili come quelli che stiamo attraversando, il futuro non è precostituito e deve essere disegnato soprattutto dai giovani.
Una coincidenza, naturalmente, ma anche un invito a riflettere sul significato stesso di un progetto politico che voglia misurarsi con il futuro, perché non basta riconoscere ai giovani il ruolo di destinatari delle nostre decisioni se poi continuiamo a considerarli interlocutori occasionali, ai quali chiedere consenso o partecipazione soltanto quando abbiamo già stabilito di che cosa discutere e quali soluzioni proporre.
E, naturalmente non possiamo pretendere che siano i ragazzi a presentarsi spontaneamente nelle sale dove la politica discute di se stessa, tanto più se per anni si è fatto di tutto per renderla distante e  poco comprensibile.
Se vogliamo ascoltarli dobbiamo andare a cercarli, nelle aule universitarie, nelle scuole, nelle associazioni, negli spazi nei quali si confrontano e costruiscono relazioni; e dobbiamo cercare anche quelli che Benevento l'hanno già lasciata, perché proprio nelle ragioni della loro partenza potrebbero trovarsi alcune delle risposte che cerchiamo.
E non per organizzare l'ennesima passerella, come quelle alle quali abbiamo assistito anche nelle scorse consultazioni elettorali, con qualche giovane chiamato a rappresentare simbolicamente una generazione, ma per aprire un confronto autentico, nel quale siano loro a indicare ciò che manca, ciò che non funziona e soprattutto quale città sarebbero disposti a costruire, se venisse finalmente riconosciuto loro uno spazio reale di partecipazione e responsabilità.
Adriano Olivetti aveva compreso, ben prima che diventasse di moda parlare di sostenibilità sociale, che lo sviluppo di una comunità non può essere misurato soltanto attraverso la sua capacità di produrre ricchezza, ma anche attraverso quella di generare cultura, relazioni, partecipazione e dignità.
E' un insegnamento che Benevento, con la sua storia e il suo patrimonio, avrebbe molte ragioni per fare proprio.
Ma c'è anche un'altra questione, a mio avviso non meno importante, che mi fa tornare alla mente una canzone di Jovanotti di oltre trent'anni fa, "Non m'annoio", nella quale Lorenzo Cherubini osservava come, proprio quando gli adulti riescono finalmente a imprigionare una generazione dentro una definizione, il mondo sia già pronto ad accoglierne un'altra.
È un'immagine che racconta bene uno dei rischi di questo nostro continuo parlare dei giovani in loro assenza: pretendere di interpretarli utilizzando categorie, linguaggi e aspettative che appartengono a noi, salvo poi sorprenderci quando non riconoscono come propri i progetti che abbiamo immaginato per loro.
D'altra parte, il declino di Benevento non è soltanto demografico.
E' anche, e forse soprattutto, quello spopolamento delle idee richiamato da Nico De Vincentiis nel recente confronto sulle aree interne promosso dall'Arcidiocesi: un impoverimento della capacità di immaginare possibilità diverse, di riconoscere il talento, di accettare il cambiamento e di mettere in discussione equilibri che sembrano sopravvivere a ogni stagione politica.
Mastella di questo sistema è stato certamente un interprete efficace consolidandone i meccanismi, ma la cultura della delega, della dipendenza e dell'assistenzialismo che sembra appartenere alla storia della città e che, in forme differenti, ha attraversato più amministrazioni si fonda su due attori: la politica e la società civile.
Perché senza una partecipazione attiva della società civile, o almeno di una parte di essa mentre la rimanente è quantomeno colpevole di passività, non avrebbe mai potuto prendere piede una cultura nella quale il diritto viene percepito come favore, la relazione personale conta più della competenza e il successo dell'altro, anziché rappresentare una risorsa collettiva, diventa qualcosa da ridimensionare.
Tutti hanno così contribuito al consolidamento di una mediocrazia funzionale alla gestione del consenso, che ha così progressivamente perso le su energie migliori impendendo la crescita di una città.
E' qui che si misura la responsabilità della nostra generazione, che ha troppo spesso accettato una politica al ribasso purché garantisse il proprio piccolo tornaconto, lasciando ai figli un messaggio devastante: per costruire il proprio futuro non basta essere capaci e, qualche volta, sembra persino che non serva affatto; basta invece conoscere qualcuno.
Così, mentre alcuni genitori questuavano favori per sé e per i propri figli, ai ragazzi di chi non conosceva nessuno, o di chi semplicemente non ha voluto assuefarsi a questa logica di dipendenza, non è rimasto che cercare il futuro altrove.
E' proprio per evitare che questa storia continui a ripetersi che credo sia necessario cambiare non soltanto le risposte, ma anche le persone alle quali rivolgiamo le domande.
Io credo che oggi Viespoli e Del Basso De Caro possano offrire un contributo importante, forse persino più importante di quello che oggi viene loro riconosciuto, mettendo esperienza, autorevolezza e capacità di analisi al servizio di una generazione alla quale la città deve finalmente restituire il diritto di immaginarsi diversa.
La loro stessa disponibilità a confrontarsi, superando storie e appartenenze differenti, potrebbe diventare un esempio di metodo, a condizione che il passo successivo non sia semplicemente allargare il tavolo ad altri protagonisti della politica cittadina, ma cambiare radicalmente gli interlocutori.
Mi piacerebbe allora che il prossimo incontro non si tenesse necessariamente in un auditorium, ma in un'aula dell'Università del Sannio, in una scuola, in una parrocchia o in uno spazio frequentato dai ragazzi.
Che questa volta fossero loro a parlare, a formulare domande, a proporre idee, a contestare analisi e soluzioni, mentre la politica, ascoltando, mettesse a disposizione quella che dovrebbe essere la sua prima dote, la capacità di fare sintesi.
Si potrebbe cominciare da un percorso pubblico di ascolto, coinvolgendo studenti, giovani professionisti, ricercatori, imprenditori, associazioni e beneventani che vivono altrove, per trasformare le loro indicazioni in proposte verificabili su lavoro, formazione, cultura, mobilità, impresa e qualità della vita. Non una nuova associazione da aggiungere alle altre, quello lasciamolo ai mestieranti dell'occupazione degli spazi, sempre pronti a crearne una alla bisogna, possibilmente propria, ma un'occasione concreta per ricostruire partecipazione.
Velleitario? Forse. Ambizioso? Sicuramente.
Ma non credo sia più velleitario che immaginare d'invertire il declino continuando ad affidarsi esclusivamente alle stesse generazioni, agli stessi linguaggi e agli stessi luoghi nei quali quel declino è maturato.
Non si tratta di rottamare qualcuno, espressione che ha già prodotto abbastanza equivoci nella politica italiana, ma di fare in modo che l'esperienza acquisti davvero valore mettendosi a disposizione di chi viene dopo, creando occasioni di confronto e accettando, d'altro canto, di non dover necessariamente indicare ogni passo.
Perché Benevento, altrimenti, non rischia soltanto di perdere i propri giovani. Rischia di perdere, insieme a loro, la capacità di pensare se stessa al di fuori del presente e di farlo con quella dimensione del sogno e quell'energia della speranza che appartengono, in innegabile e naturale, alle generazioni più giovani.
Se davvero vogliamo invertire il declino, dobbiamo cominciare proprio da qui: smettere di chiederci soltanto quale città vorremmo lasciare ai nostri figli e cominciare a domandare a loro in quale città gli piacerebbe vivere, rendendoci disponibili, se ci vorranno accanto, a costruirla insieme a loro".