E' da diverse settimane, dal 30 marzo scorso per la precisione, che il caso Santamaria tiene banco in tutti gli ambienti cittadini e non solo.
Di grosse parole, valutazioni sprezzanti e tesi liquidatorie, in questi giorni, ne sono state sentite veramente tante.
Peppino De Lorenzo (nella prima foto in basso), che, in proposito, ha già scritto, d'improvviso, rompe la catena dei giudizi, e, con dovizia di particolari, descrive il rapporto, protrattosi per decenni, intessuto con i genitori dell'accusatore.
Non poteva essere diversamente dal momento che De Lorenzo, nel tempo, ha avuto contatti diretti con tanti beneventani.
"E' vero, finalmente, giustizia è avviata ad esser fatta. Ma non si può essere, di certo, contenti.
Se sia indiscusso che la magistratura stia mettendo il bollo, si spera definitivo, ad una vicenda davvero inquietante, tuttavia, non si può, di certo, dimenticare che il guasto resti in piedi, sopravvivendo allo stesso la sopraffazione, l'ingegnoso e spudorato macchinario, con la speranza che, una volta per sempre, paghino a sufficienza quanti hanno dato vita a queste storture preparate con cinica cattiveria.
Colpe di cui, a mio avviso, si dovrà rispondere solo dinanzi a Dio.
Questa articolata macchinazione ha colpito la città e, fortunatamente, per il coraggio di un singolo, usi come siamo all'omertà, in ultimo, ha fatto flop, ma, comunque, ha prodotto dei guasti irreparabili.
Uno spettacolo abnorme, un pessimo esempio della scena pubblica con totale mancanza di senso civico.
E Mastella, in tutto questo, non ha dato minimamente ascolto al chiacchiericcio che, da tempo, circolava in città, né si è preoccupato di porre in essere delle indagini che, nel caso specifico, apparivano doverose ed indifferibili.
Verso di me, invece, all'epoca, un comportamento opposto e ciò che gli attribuisco fu la totale mancanza di rispetto.
E lo invito, una volta che Santamaria ritornerà libero, a portarlo con sé dal suo amico Bruno Vespa.
Percorrerà, di certo, lo stesso iter che seguì con me, ma con attenzioni diverse.
Sarebbe giusto, secondo il mio credo, che Mastella rassegni le dimissioni in quanto, d'ora in poi, occorrono coraggio e sfrondatezza per tutti i rappresentanti politici, merce, sì, rara, ma pur sempre ancora reperibile nel mercato della politica.
Del resto, ciò che più oggi colpisce di questa tormentata vicenda è la puerile incapacità di tanti esponenti politici della maggioranza di riuscire ad affrontare, coraggiosamente, le conseguenze di questa scivolata.
Si sta facendo ricorso alle più svariate contraccuse arrivando, il che è gravissimo, a tirare in ballo finanche la vicenda di don Nicola De Blasio, ben diversa, quest'ultima, da quella che ha interessato Santamaria.
Mastella, invece, da politico navigato, deve comprendere che l'attuale sia stata una forte stangata, una violenta legnata nel mezzo della schiena, un colpo secco di cui si rialzerà a fatica.
Ciò precisato, tutta la vicenda, nel suo complesso, ancora una volta, mi ha, come spesso mi capita, permesso di fare un viaggio nei sentimenti e nei ricordi.
Non solo i grandi eventi sopravvivono, ma anche piccolezze, un profumo, una risata, una vecchia canzone.
Tra questi, i genitori dell'accusatore, di cui, per decenni, io e mia moglie siamo stati i medici curanti.
Di don Umberto e della signora Concetta (nella foto di apertura) serbiamo un caro ed indimenticabile ricordo.
Erano usi venire allo studio il lunedì mattina.
Don Umberto, con la sua ironia sottile, l'intelligenza pura e la capacità di cogliere l'universale nel quotidiano, si intratteneva a lungo con me analizzando le rivendicazioni che, in quel tempo, portavo avanti.
Da quei discorsi, schietti e semplici, oggi, improvvisamente, riaffiora un'intima sensazione di nostalgia e rimpianto.
Ed i commenti di don Umberto sullo strapotere della politica erano conditi, appunto, da una brillante ironia.
Ricordi, emozioni e riflessioni sul tempo che vola via macinando le ore, come si trattasse di un falò.
La signora Concetta, inoltre, si distingueva per il fascino delle sue parole e la dolcezza della sua vita cercando, nei limiti del possibile, di mitigare le invettive del marito contro le ingiustizie della politica di allora.
Tanti ricordi mi legano loro. Uno mi è rimasto vivo e presente più degli altri.
Un periodo, don Umberto attraversò dei giorni in cui il suo cuore faceva le bizze.
Accanto alle cure, io e mia moglie, con la collaborazione del cardiologo, gli consigliammo riposo assoluto.
Dopo qualche giorno, attraversando in macchina contrada Santa Clementina (nella seconda foto in basso), lo vidi, d'improvviso, alla guida di un grosso articolato e lui seduto sulla parte alta del mezzo.
Fermai l'auto e non nego che, considerando la sua situazione organica, ne dissi di tutti i colori, invitandolo a scendere.
Quando, il lunedì dopo, venne in studio gli contestai, con forza, l'imprudezza commessa pregandolo di non ripeterla.
Lui, rivolgendosi a mia moglie, replicò: "Il dottore è davvero strano. In quel momento, dall'alto, mi stavo godendo uno spettacolo meraviglioso. Infatti, una bella signora era a telefono mentre stava per scendere dall'auto. In questo modo, una gamba era rimasta nell'abitacolo, mentre l'altra, a terra. Il che permetteva di osservare un meraviglioso lembo di coscia. Mi dica, dottoressa, in simili condizioni, come posso pensare a Cardioaspirina ed altre porcherie del genere?"
Tutti scoppiammo a ridere. Questo era il nostro rapporto condido da citazioni, aneddoti ed un insieme di tante battute, una più bella ed imprevedibile dell'altra.
Poi, d'improvviso, questo clima tranquillo si interruppe in presenza dei primi sintomi, inizialmente sfumati, sentinelle della grave patologia che colpì la signora Concetta.
Tutto mutò, all'improvviso.
Mia moglie seguì i due fino al giorno della morte. Quante corse in contrada Santa Clementina presso la loro abitazione!
Una sera, infatti, al ritorno, con l'arrivo di un violento temporale, mia moglie rimase bloccata con l'auto in uno stagno.
Sì, di don Umberto e della signora Concetta serberò sempre un piacevole ricordo e degno di lode, per i tempi difficili che viviamo, è la gratitudine della figlia Pompea rimasta legatissima a noi.
Ecco, oggi, se avessi la possibilità di parlargli, anche per un solo attimo, direi a don Umberto: "Vedete, vostro figlio ha il merito di essere stato più incisivo di me.
Il suo comportamento gli fa onore in un mondo in cui si è usi parlare e criticare a ripetizione, diffondere invettive e, poi, il silenzio.
Senza spina dorsale".
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