Quando ci accingiamo ad esplorare il mondo reale ci accorgiamo subito di quanta importanza in esso abbiano assunto le città, quelle in cui molti di noi vivono, che costituiscono il nostro quotidiano ambiente ma a cui guardiamo distrattamente

Quando ci accingiamo ad esplorare il mondo reale ci accorgiamo subito di quanta importanza in esso abbiano assunto le città, quelle in cui molti di noi vivono, che costituiscono il nostro quotidiano ambiente ma a cui guardiamo distrattamente

Se il cittadino si riappropria di questi significati, lo spazio pubblico, il parco, la salute, il welfare, sono tutte conquiste associate all'idea di una città di tutti. Lo spazio pubblico è continuamente minacciato da regole che lo limitano ad essere di tutti, commenta Angelo Bosco

Angelo Bosco, architetto, ci ha inviato una sua riflessione sul libro di recente pubblicazione: "La città è di tutti" di Elena Granata, docente al Politecnico di Milano.
"Gentile direttore - scrive - quando ci accingiamo ad esplorare il mondo reale ci accorgiamo subito di quanta importanza in esso abbiano assunto le città, quelle in cui molti di noi vivono, che costituiscono il nostro quotidiano ambiente e che, forse proprio per questo guardiamo un po' distrattamente.
Che cosa è la città se non uno spazio fisico, un luogo dove si vive, si ama, si studia, si lavora, si costruiscono percorsi di vita e progetti complessivi.
La città è un organismo che viene dal passato, vive nel presente e ci proietta nel futuro nel suo continuo raccontarsi.
Contribuiscono alla sua narrazione i vari percorsi, le tante strade che nel tessuto urbano si allungano, si aprono, si intersecano, incontrano slarghi, piazze, giardini, ci portano nel loro dipanarsi in centro, in periferia, nel nostro quartiere, nella nostra casa, in chiesa, al lavoro, a scuola, nelle strade e nelle piazze.
Parto da questa mia riflessione di qualche tempo fa perché la ritrovo in un libro che sto leggendo, particolarmente prezioso di Elena Granata, docente di Analisi della città e del Territorio e Urbanistica al Politecnico di Milano. Il libro si chiama "La città è di tutti" (Einaudi - 2026), ultima tappa di una trilogia iniziata con "Placemaker" (2021), seguito da "Il senso delle donne per la città" (2023), entrambi di Einaudi.
Ebbene leggendo le prime ottanta pagine di "La città è di tutti" sono rimasto già profondamente colpito.
Mi sono detto cosa succederà quando finirò di leggerlo?
Non lo so ancora, ma di certo la lettura, di queste prime pagine, molto dense, mi ha spinto a scrivere alcune cose che di seguito vi propongo.
Granata all'inizio del suo libro affronta il tema dell'urbanistica come scienza civile e dice: "Nell'infinito campo dei saperi, ci sono scienze che cercano la verità, altre che inseguono l'efficienza, altre la bellezza.
L'urbanistica nasce per cercare la giustizia nello spazio, è una scienza civile" che permette di far convivere le persone.
Spesso l'urbanistica viene considerata mera tecnica che si misura, ahimè, con la norma rimanendone fortemente condizionata.
Lungi da me l'idea che le regole non siano importanti, ma questa necessaria pratica urbana cerca una giustizia sociale, quotidiana che si misura con le esperienze di ogni cittadino che vive la sua città.
L'urbanistica "non governa le persone, governa con le persone, gli spazi entro cui possiamo incontrarci, riconoscerci, vivere meglio".
Questa "scienza dello spazio" è quindi civile perché appartiene alla vita di ognuno di noi.
Non può essere solo tecnica, è visione, strategia.
Purtroppo, oggi è fortemente in crisi il welfare urbano perché la città sembra trasformata in una macchina per attrarre capitali, diventa merce e non più luogo in cui si può condividere la convivenza civile.
Dietro questa trasformazione si percepisce, purtroppo, la crisi del pubblico che non riesce a garantire diritti e servizi ai cittadini.
La città ci viene trasmessa come eredità e abitarla "…non è questione di merito, ma di cura condivisa: un progetto che cambia e si trasforma...
La città è di tutti perché ci accoglie e ci appartiene, è la ragione stessa per cui è nata, è quello spazio dentro il quale abbiamo maturato quel sentimento profondo di gratidudine e quel senso di appartenenza a qualcosa che abbiamo ricevuto, continuiamo a condividere e speriamo che si possa trasmettere ancora per il futuro".
L’autrice dice che il suo è "un libro politico", io però mi permetto di ritenere che il libro, almeno per le pagine che ho letto fino ad adesso, è anche un libro pre-politico perché i suoi contenuti rappresentano un insieme di idee, valori, abitudini, visioni del mondo e comportamenti sociali che vengono prima della politica organizzata vera e propria.
Se allora è un libro pre-politico, la tematica che tratta, lo diciamo in tutta la sua rilevanza, assume significato specificatamente culturale, di come cioè dobbiamo recuperare una nuova postura per tentare di modificare lo status quo.
Molti pensatori sostengono che "la politica nasce dalla cultura", cioè la battaglia decisiva deve avvenire, prima delle leggi e delle elezioni, soprattutto sul piano simbolico, educativo e culturale.
Solo in questo senso assume significato la necessità di richiamare la base (i cittadini) a partecipare alla cosa pubblica.
Una società democratica funziona meglio quando le persone non sono soltanto spettatrici, ma contribuiscono attivamente al dibattito, al controllo del potere e alla costruzione delle scelte comuni.
Partecipare rafforza la democrazia, evita cioè che le decisioni siano prese da pochi senza controllo; inoltre rende le istituzioni più rappresentative, chi governa comprende meglio i bisogni reali della società; infine favorisce il senso di responsabilità collettiva, i cittadini percepiscono la comunità come qualcosa di cui prendersi cura.
Se il cittadino si riappropria di questi significati, lo spazio pubblico, il parco, la salute, il welfare, sono tutte conquiste associate all'idea di una città di tutti.
Granata ritiene che "...le città italiane compaiono tra le meno felici d’Europa..., una città che lavora sempre, che compete, è una città triste, dove non si vorrebbe vivere".
Per l'autrice, tra l’altro, "la qualità dello spazio pubblico per i bambini e per i ragazzi è l’indicatore più potente della civiltà di una città e invece i bambini sono scomparsi dalla scena pubblica, sia perché c’è un basso dato di natalità, sia perché c'è grande insofferenza nei confronti dell'infanzia".
Ci ricorda, anche, che "il capitalismo ci vuole disumani, bellicosi, soli, perché ogni forma di rallentamento è una forma di riappropriazione del proprio corpo, del proprio spazio, delle proprie relazioni".
Inoltre lo spazio pubblico è continuamente minacciato da regole che lo limitano ad essere di tutti.
Pensiamo "ai dehors che in un determinato momento, come quello successivo alla pandemia, sono stati certamente importanti, ma che oggi invece privatizzano uno spazio che prima apparteneva alla collettività".
La città è anche il luogo in cui bisogna fermarsi, prendersi delle pause, anche lunghe.
Le città italiane (solo Milano?) oggi sembrano essere città tristi, dove non si vorrebbe vivere perché si lavora sempre, si avverte una forte competizione e, purtroppo, il costo della vita è anche molto alto.
Abbiamo il diritto alla bellezza, alla luce, al buio, alla natura e quando non li troviamo nelle nostre città li andiamo a cercare altrove.
Se il turismo è una dimensione dello star bene, bisognerebbe poter ritrovare lo stesso benessere e appagamento anche sotto casa.
In questo scenario, l'urbanistica non può essere solo "tecnica", è "scienza dello spazio civile" perché appartiene alla vita di ognuno di noi.
Con questo libro Granata ci dice: "Invece di chiederci se una città diversa da quelle di oggi è realizzabile, dovremmo domandarci se vogliamo continuare a vivere in luoghi in cui vediamo sottratti i nostri spazi di vita.
Siamo davvero disposti a non fare niente vedendo che c'è meno verde per tutti, meno strade progettate bene per camminare e muoversi in bici, meno spazi di gioco per i bambini?
Davvero vogliamo chiedere scusa quando attraversiamo sulle strisce?
Forse tutti questi "meno" hanno delle ricadute sulla nostra salute fisica e psichica e per questo è importante che questa riflessione cominci da noi cittadini.
Concludo dicendo che quanto proposto dalla Granata, spero non passi come qualcosa, di "illusorio", "utopistico", o addirittura come un "già detto".
Credo invece che forse dobbiamo sforzarci di recuperare nuove energie per tentare cambiamenti.
Chiudo con una domanda: Questo libro a chi si rivolge? Come dice il titolo, "la città è di tutti", dunque a tutti si rivolge, agli architetti, agli ingegneri, ai politici, agli amministratori, agli studenti, ai semplici cittadini.
Allora non posso che augurare, di questo libro, una buona lettura a tutti".

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