La sicurezza è una parola appesa a un muro, lucida come una targhetta nuova. Ma sotto l'intonaco cade e quando cade non chiede permesso... Non si muore di lavoro, si muore d'indifferenza

La sicurezza è una parola appesa a un muro, lucida come una targhetta nuova. Ma sotto l'intonaco cade e quando cade non chiede permesso... Non si muore di lavoro, si muore d'indifferenza

Sono le parole scolpite nel racconto di chi ha perso una persona cara mentre era al lavoro e pronunciate dall'attore Ciro Esposito, indimenticato interprete di "Io speriamo che me la cavo" presente alla Giornata Mondiale della Sicurezza e della Salute sul Lavoro celebrata da Formedil presieduta da Albano Della Porta

La Giornata Mondiale della Sicurezza e della Salute sul Lavoro è stata celebrata da Formedil con un auspicio, quello di un agire sinergico tra le Istituzioni per mitigare, difficile dire per eliminare, le tante morti cosiddette bianche che purtroppo siamo costretti a registrare quasi tutti i giorni con una media costante ed elevatissima.
Ne abbiamo parlato, prima che il lungo evento avesse inizio, con il presidente di Formedil, un Ente che forma anche il personale edile, Albano Della Porta, a cui abbiamo fatto notare che, nonostante l'impegno profuso dalle Istituzioni e dalle Associazioni di categoria, Sindacati compresi, le morti sul lavoro non si riesce a fermarle.
Questa giornata, ci ha risposto Della Porta, è emblematica perché ricordiamo le vittime bianche che registriamo sui luoghi di lavoro.
Oggi la parola chiave è la sinergia tra gli Enti bilaterali, Enti costituiti cioè sia dalla parte datoriale che da quella sindacale relativamente al mondo dell'edilizia.
E dunque la sinergia tra queste due strutture ritenete possa portare beneficio abbiamo ancora chiesto al presidente?
Il lavoro sinergico delle due strutture genera benefici per tutto il territorio e quando c'è coordinamento e scambio di idee tra le parti si possono anche creare dei progetti interessanti, ci ha risposto Della Porta.
Fra pochi giorni inaugureremo, al riguardo, un camper attrezzato progetto organizzato dal Formedil di Benevento e di Avellino e con il supporto dell'Inail regionale.
Andremo con esso sui cantieri per toccare con mano quelle che sono le esigenze sia delle imprese che dei lavoratori.
La sicurezza non deve essere solo un obbligo di legge ma un modo di vivere e per questo dobbiamo educare i giovani, anche nelle scuole, alla sicurezza che non è rappresentata solo da quella nei luoghi di lavoro ma anche quella stradale o anche domestica.
Non nego, al riguardo, che ho portato mia moglie proprio a seguire un corso per la sicurezza perché ci possiamo trovare in strada e assistere ad una persona che magari sviene e non sappiamo come intervenire.
Se preparati, in quei momenti possiamo anche salvare una vita.
Fate anche formazione, date corpo anche all'addestramento delle maestranze, abbiamo ancora detto al presidente di Formedil.
Sì, ci ha risposto, formiamo le maestranze e ultimamente ci stiamo interessando anche alla integrazione dei lavoratori che vengono da Stati non europei per inserirli nel mondo del lavoro anche nella considerazione che in Italia c'è mancanza proprio di forza lavoro nei vari settori.
Viene spiegato ai lavoratori, abbiamo ancora detto al presidente, che occorre anche una loro ampia collaborazione relativamente alla sicurezza?
Spesso emerge, in una tragedia, anche la mancata attenzione del lavoratore stesso che magari ha trascurato d'indossare i dispositivi di protezione individuali (Dpi) o ha percorso una impalcatura senza gli ancoraggi...
Insomma, talvolta c'è anche imprudenza, al di là della responsabilità dell'impresa, da parte di chi è sul luogo di lavoro...
Certamente sì, ci ha risposto Della Porta.
E per questo occorre educare.
La sicurezza non è rappresentata solo dalla compilazione di moduli o dall'indossare i dispositivi antinfortunistici.
Occorre anche far sì che la sicurezza diventi un'attrazione anche per chi la mette in atto.
Sin qui la interlocuzione con Della Porta.
Poi abbiamo incontrato Ciro Esposito, un attore che ricordiamo con affetto e simpatia in quanto è stato uno dei protagonisti di uno dei film che ha segnato un'epoca, "Io speriamo che me la cavo" (1992), con la coinvolgente interpretazione di Paolo Villaggio che si avvalse della partecipazione di un nucleo importante di giovani attori.
Ciro Esposito era uno di loro, il più impertinente, ma quello su cui si chiude addirittura la sequenza cinematografica, Raffaele Aiello, un ribelle alle regole che solo il maestro Marco Tullio Sperelli riesce a conquistare.
Ciro Esposito all'epoca aveva 9 anni.
Non un ragazzo ribelle, quel Raffaele Aiello, ma un giovane di carattere, ha tenuto a precisarci.
Cosa le è rimasto di quel 1992 quando ha interpretato uno dei film più significativi dell'epoca, gli abbiamo chiesto?
Era un impertinente il personaggio che interpretava?
No, ci ha risposto Esposito, sorridendo, era carattere...
Mi resta tutto di quella esperienza anche perché a volte iniziare con i passi giusti e nella giusta direzione ti segna favorevolmente.
E questo lo diceva Madre Teresa di Calcutta.
All'epoca avevo 9 anni, adesso ne ho 44 e di acqua sotto i ponti ne è passata...
Resta un battesimo importante e il fatto di avere avuto la possibilità di innamorarmi di questo mestiere e di fare cose che possono anche di dare, non dico insegnamento, ma spunto di riflessione ai giovani di oggi.
Guardandosi indietro qualche volta si è detto: Mamma mia quanta strada ho fatto..., abbiamo chiesto ad Esposito.
No, ci ha risposto deciso.
Tendo più a guardare avanti perché se guardiamo indietro di solito ci soffermiamo poi a guardare soltanto quello che abbiamo già fatto.
Il segreto di questo mestiere sta nel non adagiarsi mai e cercare di rinnovarsi continuamente ed è quello che insegno anche ai ragazzi nella mia scuola di recitazione.
Tendo a guardare in avanti, dunque, tenendo i piedi ben fermi nel presente.
Oggi quale è il messaggio che intende lanciare a questi nostri ragazzi presenti in sala e appartenenti alle scuole "Galilei", "Guacci" e "Carafa-Giustiniani"?
Di rallentare perché ne abbiamo bisogno, ci ha risposto l'attore.
A volte per fretta ragioniamo su delle cose ma il pensiero viene poi scacciato via dalle necessità che ogni giorno corrono veloci.
Consiglio ai giovani di godersi il presente, di assorbire dai cosiddetti saggi, da quelli più anziani perché è nella memoria che poi costruiamo il futuro.
E' una missione che cerco di portare avanti proprio riferendomi ai giovani e alla sicurezza.
Attraverso l'arte cerco di comunicare qualcosa che sia da insegnamento.
E' un dovere per chi fa il mio mestiere che è chiamato non solo a far divertire e a far passare momenti piacevoli al suo pubblico ma anche indurlo a riflettere.
Al termine di questa breve chiacchierata con Esposito ha avuto inizio l'evento condotto da Michele Palmieri, giornalista, che ha visto proprio nell'attore il primo protagonista che ha letto un testo da lui scritto, "Il rumore che resta", che narra la tragedia della morte del padre di Gerardo Esposito, "Esposito 'o russo" che avvenne proprio sul luogo di lavoro e quindi una narrazione drammatica e molto emozionante di un dolore, quello del figlio e della moglie e la dignità di chi muore per negligenza ed indifferenza ed invocando memoria e responsabilità collettiva.
La sicurezza è una parola appesa a un muro, lucida come una targhetta nuova. Ma sotto l'intonaco cade e quando cade non chiede permesso...
Non si muore di lavoro, si muore d'indifferenza.
All'evento hanno preso parte, tra gli altri, anche il prefetto Moscarella e il questore Leuci.

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