Oggi si corre. Si porta la salma al cimitero il prima possibile. Si cerca, come ha detto con una lucidità quasi tagliente l'arcivescovo, di cancellare l'evento nel minor tempo possibile...

Oggi si corre. Si porta la salma al cimitero il prima possibile. Si cerca, come ha detto con una lucidità quasi tagliente l'arcivescovo, di cancellare l'evento nel minor tempo possibile...

Privilegiamo l'abbandono, elegante, certo, mascherato da rette pagate puntualmente e da visite domenicali di rito, ma pur sempre un abbandono. E se una società smette di saper stare accanto ai propri vecchi mentre vivono, non stupisce che non sappia più nemmeno stare accanto a loro mentre muoiono, commenta Nicoletta Cocco

Nicoletta Cocco (foto), direttore responsabile insalutenews.it, ci ha inviato una sua riflessione sul tema della cura degli anziani.
"Caro direttore - scrive - c’è una frase, pronunciata recentemente dal nostro arcivescovo, monsignor Michele Autuoro, e riportata da "Gazzetta", che meriterebbe di essere incorniciata nelle sale d'attesa di ogni struttura sanitaria, di ogni ufficio comunale, di ogni casa in cui si discute, spesso con troppa fretta, cosa fare dell’anziano.
L’arcivescovo ha osservato come in pochi mesi di visite alla nostra Diocesi si sia reso conto di un fatto tanto semplice quanto doloroso: Quasi ogni paese, oggi, ha la sua casa di riposo.
Un tempo gli anziani restavano in famiglia, dentro il tessuto vivo del vicinato. Oggi vengono, sempre più spesso, allontanati.
Non è una nostalgia, quella dell’arcivescovo.
E' una diagnosi.
E la diagnosi si aggrava se si guarda a un altro dettaglio, apparentemente marginale, che monsignor Autuoro ha toccato: Gli anziani, oggi, si portano a morire in ospedale, perché si ha paura a farli morire in casa.
Paura di cosa, verrebbe da chiedersi. Della morte in sé, probabilmente.
Ma anche, più prosaicamente, del disagio, dell'organizzazione, del tempo che quella morte richiederebbe.
Oggi si corre. Si porta la salma al cimitero il prima possibile.
Si cerca, come ha detto con una lucidità quasi tagliente l'arcivescovo, di cancellare l'evento nel minor tempo possibile.
Ma il problema, a ben guardare, non riguarda solo il modo in cui accompagniamo i nostri morti.
Riguarda, prima ancora, il modo in cui trattiamo i nostri vivi.
Ci sono anziani, va detto con onestà, che potremmo definire "fortunati", quelli che in una casa di riposo ci finiscono soltanto nell’ultimo mese di vita, quando ogni alternativa è stata davvero esaurita.
Per loro, quei luoghi restano ciò che dovrebbero essere, un rifugio estremo, non una condanna anticipata.
Ma accanto a loro e sono troppi, ci sono figli che scelgono, scientemente, di portare i propri genitori in struttura al primo cenno di malessere.
Non è la fragilità dell'anziano a determinare quella scelta, è la comodità di chi resta.
E il dramma non si esaurisce nell'ingresso in una di queste strutture.
Il dramma vero comincia dopo, quando nulla viene fatto per restituire salute e dignità a chi vi è entrato, quando la struttura smette di essere un luogo di cura per diventare un parcheggio a tempo indeterminato: Corpi allettati, esistenze sospese, vite che nessuno ha più intenzione di riportare a casa.
Chiamiamolo con il suo nome questo fenomeno: E' un abbandono.
Un abbandono elegante, certo, mascherato da rette pagate puntualmente e da visite domenicali di rito, ma pur sempre un abbandono.
Se una società smette di saper stare accanto ai propri vecchi mentre vivono, non stupisce che non sappia più nemmeno stare accanto a loro mentre muoiono.
Chi oggi firma con leggerezza il modulo d'ingresso in una struttura, chi sceglie l'allontanamento come prima e unica risposta al primo cenno di malessere, farebbe bene a tenere a mente che anche lui probabilmente invecchierà. E qualcuno, un giorno, deciderà per lui.
Con ogni probabilità, deciderà nello stesso modo in cui lo ha visto decidere: perché i figli non ascoltano le nostre prediche, imparano dai nostri gesti, e il gesto che stiamo insegnando, con impressionante disciplina, è che la vecchiaia è un problema logistico da risolvere altrove.
Chi oggi parcheggia un genitore sta scrivendo, senza saperlo, il proprio destino e lo firma in anticipo per procura.
La casa di riposo, in questo senso, non è mai l'ultima tappa di una storia: è la prima riga della prossima, quella che i nostri figli scriveranno su di noi.
Prima di correre a "sistemare" un anziano, converrebbe chiedersi non cosa ne sarà di lui, ma cosa, di quel gesto, resterà a chi guarda.
Fortunatamente sul nostro territorio possiamo contare su sacerdoti che non hanno smesso di guardare in faccia la fragilità.
Uomini che entrano nelle case di riposo non per un obbligo pastorale da assolvere in fretta, ma per restare, per ascoltare, per restituire a chi è stato messo ai margini un briciolo di quella dignità che la famiglia, la società, a volte persino le istituzioni, hanno smesso di garantire.
Non mancano, nella Chiesa beneventana, uomini attenti alle esigenze dei più fragili, dei più deboli, dei più vulnerabili: un lato umano che non fa notizia, che non riempie le prime pagine, ma che ogni giorno tiene insieme quello che il resto della società sta lasciando cadere.
Uomini come il nostro arcivescovo, che su questi temi non cerca mediazioni né si nasconde dietro formule di circostanza, ma parla con una fermezza che onora il ruolo che ricopre, offrendoci in poche parole quello che troppi trattati non riescono a insegnare: che la fede, quando è autentica, non si misura nei riti, ma nella capacità di chinarsi su chi resta indietro".

ap - Plaudo a questa nota del direttore Cocco.
E' stato terribile quello che ha detto monsignor Autuoro e che il nostro giornale ha puntualmente riportato.
Un gesto di coraggio apprezzabile quello del nostro arcivescovo ma che è passato apparentemente inosservato e lo si è dimenticato con la stessa fretta con la quale dimentichiamo i nostri anziani.
Grazie dunque a Nicoletta Cocco e alla sua sensibilità, per averlo ripreso e commentato.

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