La nostra città non è semplicemente in difficoltà: E' una città che da anni ha smesso di produrre visione, ci scrive Nicoletta Cocco, direttore responsabile insalutenews.it

La nostra città non è semplicemente in difficoltà: E' una città che da anni ha smesso di produrre visione, ci scrive Nicoletta Cocco, direttore responsabile insalutenews.it

Quando una comunità perde la capacità d'immaginare il proprio futuro, inevitabilmente si rifugia nella propaganda, nell'autoreferenzialità, nei piccoli feudi di potere e nelle mediocrità elevate a sistema. Sembra ci stiamo abituando a questa decadenza. E la sanità è forse il simbolo più tragico di questo sfacelo

Un intervento amaro sulla città e sul proprio futuro, ci giunge da Nicoletta Cocco (foto), direttore responsabile insalutenews.it.
"Caro direttore - scrive - ci sono riflessioni che maturano lentamente, quasi per accumulo.
Nascono dall'osservazione dei fatti, dalle conversazioni, dalle notizie che si rincorrono ogni giorno, dalle segnalazioni che arrivano con sempre maggiore frequenza e da quella sensazione persistente che una città stia progressivamente perdendo energia, lucidità e prospettiva.
E' in questa zona grigia, fatta di rassegnazione e di normalizzazione del disagio, che nasce un sentimento diffuso di disillusione che rende difficile continuare a fingere che si tratti soltanto di criticità episodiche o di problemi contingenti.
Non di rado, purtroppo, cogliamo segnali sempre più allarmanti: Episodi di malasanità, inefficienze amministrative, disservizi strutturali, denunce di opacità gestionale, racconti di cittadini esasperati e di professionisti costretti a operare dentro un sistema che sembra aver smarrito il senso stesso della responsabilità pubblica.
Non si tratta più di casi isolati o di fisiologiche criticità: emerge piuttosto il quadro di una città profondamente affaticata, consumata da un lento ma costante processo di impoverimento civile, culturale e istituzionale.
Ed è forse proprio questo il dato più inquietante: L'assuefazione collettiva al degrado.
Per chi, come me, dirige una testata giornalistica di rilievo internazionale, il confronto con altre realtà diventa inevitabile.
Il paradosso è doloroso: La nostra città resta quasi sempre ai margini delle grandi traiettorie culturali, economiche e progettuali contemporanee. Non per mancanza di storia o di potenzialità, ma per l'assenza cronica di una visione autentica, moderna, coraggiosa.
Caro direttore, sai qual è il punto?
Che noi continuiamo ancora ostinatamente a chiamarla "crisi", quando in realtà dovremmo avere il coraggio intellettuale di chiamarla con il suo vero nome: declino. Un declino lungo, sedimentato, quasi antropologico.
La nostra città non è semplicemente in difficoltà: E' una città che da anni ha smesso di produrre visione.
Quando una comunità perde la capacità d'immaginare il proprio futuro, inevitabilmente si rifugia nella propaganda, nell'autoreferenzialità, nei piccoli feudi di potere e nelle mediocrità elevate a sistema.
Lo vedo ogni giorno anche attraverso la mia attività editoriale e il confronto continuo con scenari internazionali.
Paradossalmente, la mia città non riesce mai a entrare nel racconto del mondo se non marginalmente, quasi per errore.
Non perché manchino le potenzialità, quelle esistono ovunque, ma perché qui manca tutto il resto: Il coraggio culturale, la competenza amministrativa, la capacità di costruire reti, l'ambizione di uscire dal recinto provinciale.
Qui chi prova a emergere viene guardato con sospetto, quando non direttamente ostacolato.
Nessuno è profeta in patria, certo, ma da noi questa dinamica ha assunto forme patologiche.
La sanità è forse il simbolo più tragico di questo sfacelo.
Una sanità che vive di comunicati trionfalistici, d'inaugurazioni simboliche, di retorica istituzionale, mentre nella realtà continua ad arrancare tra carenze strutturali, inefficienze croniche e disservizi ormai normalizzati.
Si costruisce una narrazione rassicurante sulla carta, ma basta entrare nei reparti, ascoltare il personale, osservare i cittadini, per capire quanto il sistema sia vicino al collasso.
Dietro tutto questo c'è una pubblica amministrazione che troppo spesso appare non solo incapace, ma culturalmente inadeguata alla complessità contemporanea.
Un apparato burocratico spesso immobile e opaco, che fatica a tradurre le esigenze reali dei cittadini in progettualità efficaci e visioni di lungo periodo.
Quando emergono episodi di malagestione o vicende giudiziarie che coinvolgono singoli settori o singole figure istituzionali, come accaduto recentemente, il danno non è soltanto amministrativo, ma soprattutto morale: perché alimenta nei cittadini un senso crescente di sfiducia e disillusione verso le istituzioni.
La verità è che questa città sembra essersi abituata alla propria decadenza.
L'assuefazione al degrado è la forma più pericolosa di morte civile.
Perché quando non ci si indigna più davvero, quando ci si limita a commentare amaramente l'ennesimo scandalo o l'ennesima inefficienza come fossero eventi naturali, allora significa che il collasso non è più un rischio futuro: è già avvenuto.
E' forse questo l'aspetto più desolante.
Non l’assenza di risorse, ma l'assenza di slancio.
La rinuncia collettiva all’idea stessa di grandezza".

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