La mutazione genetica di Fioravante Guidoni, anestesista, era così andata avanti che riuscì a vincere, con le sole mani, una battaglia con un esemplare enorme di tigre bianca. Non fuggire da essa, non ucciderla. Domala, come hai domato la tua forza

La mutazione genetica di Fioravante Guidoni, anestesista, era così andata avanti che riuscì a vincere, con le sole mani, una battaglia con un esemplare enorme di tigre bianca. Non fuggire da essa, non ucciderla. Domala, come hai domato la tua forza

Grazie, maestro. Senza gli insegnamenti che mi ha impartito non ce l’avrei mai fatta. Non ho avuto alcun tentennamento, né un minimo di paura. Le sarò debitore per tutta la vita. Finalmente ho trovato il mio equilibrio, mi sento completo, afferma il personaggio di Luca De Lipsis

                                                                       Iatros
                                                             Il dio della coscienza
                                                                di Luca De Lipsis

Breve introduzione
"Iatros il Dio della coscienza" è una storia che si muove tra fantastico e reale, trovando nella prima sfera le soluzioni alle crude problematiche della seconda, alla maniera dei supereroi, il mondo al quale la storia è ispirata.
Il genere è un "medico-fantasy" che abbraccia tematiche oscure e reali come il traffico di organi umani ad opera di un'organizzazione criminale che sfrutta lo stato di estrema povertà del terzo mondo.
Fioravante Guidoni, il protagonista della storia, è un giovane medico napoletano che lavora per un'associazione di volontariato operante in zone disagiate dell’Asia.
Durante la sua missione umanitaria, il medico si troverà a dover affrontare un'organizzazione terroristica dedita al commercio illecito di organi prelevati attraverso l'assassinio di esseri umani.
A causa di una mutazione genetica che subisce durante un incidente accaduto poco prima del suo sequestro, Guidoni acquisisce dei poteri sovrannaturali (come la capacità di narcotizzare e paralizzare i nemici con un semplice contatto) grazie ai quali, con la collaborazione di un popolo indigeno a lui fedele, riuscirà a fermare i malvagi meccanismi dell'organizzazione criminale e ad uccidere i suoi capi.

Capitolo 8

Fioravante Guidoni si era perdutamente innamorato di lei fin dal primo momento che aveva incrociato il suo sguardo.
Da quell’istante, ogni giorno trascorso assieme a lei sarebbe stato soltanto una conferma del suo amore.
Era il primo mese di lavoro al Policlinico di Napoli e lui stava compilando le schede anestesiologiche per i pazienti che si sarebbero dovuti operare il giorno successivo quando la sua serenità venne improvvisamente turbata dal rumore della sirena di un’ambulanza che, a gran velocità, si dirigeva verso la struttura ospedaliera.
Dopo pochi istanti, il suo cercapersone gli anticipò, con un fastidioso cicalio, la voce allarmata di un'infermiera che lo informava della necessità di un rianimatore in pronto soccorso, per procedere alle cure del caso.
Guidoni lasciò immediatamente le schede e uscì di corsa dall’ambulatorio diretto verso l'altro padiglione, dove era stata richiesta la sua presenza.
Giunto nella stanza dell’accettazione, si rese subito conto della gravità della situazione.
Davanti ai suoi occhi, su una barella stretta e lunga, delimitata da due sbarre laterali, stava disteso un uomo di età compresa tra i sessanta e i settanta.
Era in evidente sovrappeso, dagli occhi irrequieti, simili ad un mare in tempesta e le mani sudate che, in maniera convulsa, muoveva verso i sanitari come a chiedere aiuto.
La sua cute cianotica evidenziava una manifesta difficoltà respiratoria, mentre suoni simili a rantoli accompagnavano ogni suo superficiale atto respiratorio.
L'infermiera che lo aveva contattato si avvicinò a Guidoni.
Dottore, grazie per la solerzia: è un caso disperato. Sono Gisella Grandoli, infermiera professionale.
Lui la fissò per un attimo, immortalando nella mente quei lineamenti aggraziati che incorniciavano due occhi marroni, brillanti e comunicativi.
I capelli castani, dai ricci che cadevano fin sopra la spalla, definivano un aspetto globale di bellezza tale da togliere la possibilità di poterla ammirare in ogni sua parte.
Se avesse potuto, l'avrebbe rapita in quell’istante ma l’urgenza lo riportò subito al caso clinico, facendogli riprendere la necessaria concentrazione.
Si figuri Grandoli. Il mio nome è Guidoni e sono l’anestesista di turno. Piacere di conoscerla.
Il paziente farfugliava frasi sconnesse e respirava rumorosamente, con escursioni toraciche limitate e continue perché stava esaurendo le energie necessarie per respirare.
Mi passi la valigetta del rianimatore, dovremo intubarlo in codice rosso, altrimenti rischiamo di perderlo.
Certo, dottore.
E' qui sulla consolle, rispose Grandoli consegnandogliela.
Gli controlli le funzioni vitali!
Dottore, il battito decelera, la pressione è impercettibile; sta quasi per perdere conoscenza, gli rispose lei, allarmata.
Ha quaranta di febbre e 500 di glicemia.
Guidoni reperì tempestivamente una vena nella piega del gomito, dopodiché iniettò un sedativo e iniziò a sostenere il respiro del paziente con la mascherina ad ossigeno.
Le soluzioni con i farmaci adrenergici erano già pronte e furono collegate alla vena cateterizzata.
Ansie e paure popolavano la sua mente mentre con la mano pompava ritmicamente il pallone ad ossigeno, che avrebbe assicurato al paziente una saturazione ottimale.
Gli somministrò soluzioni idroelettrolitiche e l'insulina riequilibrò lo scompenso glicemico.
Anche gli antinfiammatori iniziarono a fare effetto, riportando la temperatura a valori più accettabili.
A quel punto Guidoni lo sedò e lo intubò.
A poco a poco, l'emergenza venne dominata.
Ora il paziente giaceva sedato sul lettino ospedaliero, collegato ad un vecchio ventilatore meccanico, necessario per facilitare una respirazione non più autonoma.
Trasferiamolo in Rianimazione, così potremo monitorizzarlo in continuo per tutta la sua degenza, al momento non possiamo fare altro! disse al personale ausiliario, invitandolo a provvedere al trasporto del malato.
Poi, rivolgendosi a Grandoli, le disse: Complimenti, Grandoli, ha fatto proprio un buon lavoro.
Grazie, ma è lei che è stato bravo a dominare l’urgenza.
Gli scambi di complimenti avvennero tra sorrisi sospetti e sguardi sottili, anticipatori di quella che sarebbe diventata la loro storia d’amore.
Ragazzo svegliati! Gli urlò Ramit trovandolo steso appoggiato ad un albero.
Maestro, mi perdoni! Mi stavo rilassando, pensando alla mia ragazza.
Non l'ho più vista da quando mi hanno rapito e sono preoccupato per lei.
Ho perso anche il cellulare, diventando irreperibile.
Ti sarebbe servito a poco. Nel nostro villaggio sono banditi i mezzi di comunicazione.
A maggior ragione, il tuo allenamento non prevede distrazioni, meno che mai sentimentali.
Se la tua donna è morta puoi fare ben poco ma se le forze governative hanno portato in salvo lei e tutti i suoi colleghi, allora la rivedrai presto. Prima però dovrai affrontarmi.
Guidoni recepì come un pugno in pieno volto le parole del maestro, pronunciate con tanta durezza.
Tanto bastò a farlo ribollire di rabbia. Doveva sfogarsi affrontando colui che lo aveva salvato, donandogli una nuova vita.
Si preparò dunque allo scontro.
Seppur anziano, Ramit era agile come una gazzella.
Schivava i colpi dell'avversario, rispondendo con i propri, sferrati con precisione e forza.
La maggior parte degli uomini sarebbe caduta sopraffatta dal vecchio ma nel corpo di Guidoni circolavano molecole che avevano anestetizzato la sua pelle.
I recettori del dolore avevano chiuso il cancello di trasmissione ai centri cerebrali, rendendolo di fatto insensibile a qualsiasi tipo di sofferenza fisica.
Tuttavia, per sconfiggerlo, doveva provare a colpirlo, anticipando i suoi attacchi.
Doveva astrarsi da tutti gli elementi che gli provocavano disturbo, gestendo a perfezione la concentrazione ed attivando le contromosse al momento opportuno.
Era motivato, aveva ritrovato una completa autostima.
Quando riuscì a bloccare il braccio del maestro e a sferrargli un calcio in pieno volto, Ramit crollò in terra sanguinante.
Si rialzò ed emise un sorriso compiaciuto.
Guidoni, dopo un attimo di esitazione, si avventò contro di lui, continuando a colpirlo secondo gli insegnamenti che aveva ricevuto.
Le mosse di Ramit gli apparvero sempre più prevedibili e il vecchio iniziò a perdere l’agilità che lo aveva contraddistinto fino a quel momento. Guidoni riuscì ad afferrarlo per la camicia tirandolo a sé, incastrando la sua testa tra braccio e avambraccio, immobilizzandolo.
Se fossi un nemico, dovrei strozzarla o addormentarla per sempre. Ho a disposizione più di una possibilità.
Bravo ragazzo, rispose Ramit mentre il medico lo liberava dalla presa.
Stai diventato il semidio che aspettavamo, al quarantesimo giorno di lavoro, la tua preparazione può dirsi ultimata.
Guidoni e Ramit si fissavano, l'uno di fronte all'altro. Entrambi emettevano lunghi respiri, esausti dopo l'ultima esercitazione.
Il maestro aggiunse: Finalmente è giunto il momento che aspettavo.
Portò un fischietto alla bocca ed emise un suono acuto e potente.
La segnalazione acustica era il richiamo per qualcuno, che non si fece attendere molto.
Dopo un paio di minuti, davanti agli occhi di Guidoni, apparve nuovamente la tigre bianca.
Una tua vecchia conoscenza. Ricorda quello che ti ho detto, Fioravante! Non fuggire da essa, non ucciderla.
Domala, come hai domato la tua forza.
Il felino iniziò a girare intorno all'uomo ringhiando.
Stavolta Guidoni non era per nulla impaurito, rispetto a quando l'aveva vista la prima volta.
L'uomo era ancora eccitato dall'adrenalina liberata nello scontro precedente. Ogni muscolo del suo corpo era pronto alla lotta.
I due avversari, come all'epoca, si scrutarono per qualche istante negli occhi, poi l'animale sferrò il primo attacco.
Guidoni riuscì a schivarlo, rotolandosi sull'erba.
Si rialzò prontamente.
Fece appena in tempo a rimettersi in piedi che la tigre gli piombò alle spalle artigliandogli il braccio.
Affondò i suoi canini nella carne dell'uomo, lacerandola.
Guidoni non avvertì alcun dolore. Il corpo aveva già iniziato a secernere le sostanze antidolorifiche.
Tuttavia, perdeva molto sangue dal braccio.
Cercò di aprire le fauci dell’animale facendo leva con i piedi ma la tigre non demordeva.
Allora si stese, facendola carambolare su di lui, accavallando le gambe intorno al suo collo.
La mossa risultò vincente.
Il felino, stretto nella morsa delle gambe, aprì la bocca e mollò la presa. Poi arretrò di qualche metro.
Guidoni si rimise in piedi vacillante. La perdita di sangue iniziava però a indebolirlo.
Strappò un lembo della maglietta e lo strinse attorno al braccio per fermare l'emorragia ma la tigre non volle dargli tregua e sferrò un nuovo attacco.
Guidoni iniziò a correre a gran velocità, inseguito dal felino.
Sebbene quest'ultimo avesse una grossa stazza, era molto più veloce di lui e lo avrebbe raggiunto dopo pochi metri.
Fu in quel momento che gli venne un'idea.
Rallentò volutamente. Quando la tigre lo stava quasi per sopraffare il ragazzo saltò in aria, volteggiando su sé stesso.
Riuscì in questo modo a catapultarsi sul corpo dell'animale. Cinse le braccia attorno alla sua testa e strinse la presa.
Il felino si fermò e tentò di scrollarsi di dosso l'uomo.
Provò a dimenarsi senza esito, fin quando perse improvvisamente energia.
Allora si accasciò al suolo esanime, come se fosse stato drogato.
Guidoni era riuscito ad addormentarlo.
Poco dopo giunse il maestro, portando tra le mani un indumento.
Complimenti, ragazzo. Sei riuscito a domare la grande tigre.
Grazie, maestro. Senza gli insegnamenti che mi ha impartito non ce l’avrei mai fatta.
Non ho avuto alcun tentennamento, né un minimo di paura. Le sarò debitore per tutta la vita. Finalmente ho trovato il mio equilibrio, mi sento completo.
Non ancora! Ti manca questo, rispose Ramit gettando ai suoi piedi la divisa che aveva con sé.
Questa tuta integrale giace da anni nel letto del fiume Mhiva.
E' stata forgiata da un'energia che non appartiene al nostro mondo. 
E' un'arma impenetrabile. E' stata creata per te. Sarà il tuo scudo, ti proteggerà dai proiettili, dalle spade e dai coltelli, così triplicherai la tua forza. Con questa adosso diventerai Iatros, il Dio della coscienza.
Mentre Guidoni indossava la tuta, Ramit si sedette con le spalle appoggiate ad un albero ed accese un sigaro.
Iatros lo raggiunse.
Cosa fuma maestro?
Una foglia di plantae magnoliophita, originaria delle nostre parti.
Una canna! rispose Iatros, Era dai tempi dell’Università che non me ne facevo una. Grazie per averla portata. La fumeremo insieme.
Grazie di cosa?
Iatros lo guardò perplesso.
Perché, non l’ha portata per condividerla con me?
Assolutamente no. Ti vieto di fumarla, questa è solo mia.
Prima di tutto perché qui siamo nel Gohar e la cannabis costa molto.
Secondo, ormai sei assuefatto alle droghe e il tuo corpo le produce autonomamente; il suo effetto su di te sarebbe sprecato.
Al massimo, se vuoi, ti offrirò un succo di mirtillo...

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