Un infermiere che, per anni, ha lavorato con me, mi ha permesso di andare indietro nel tempo... ricorda Peppino De Lorenzo
Tanti episodi hanno impegnato il nostro piacevole discorso, molti, purtroppo, non possibili ad essere narrati. Uno, pero' mi e' gradito ricordare che, malgrado di una gravita' inaudita, mi costo', in ultimo, una censura...
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Peppino De Lorenzo, dopo avere ricordato la scorsa settimana quella che, negli anni passati, era la situazione logistica del reparto di Neuropsichiatria del "Rummo", oggi, invogliato da un suo vecchio infermiere, ritorna, anche senza volerlo, sul tema.
Trae dal polveroso magazzino della memoria un altro episodio, fra i tanti, che merita di essere ricordato e che, per i tempi odierni, sarebbe davvero impensabile.
"Un infermiere che per anni ha lavorato con me mi ha permesso di andare indietro nel tempo.
Con lui abbiamo discusso a lungo ricordando, con immenso piacere, il periodo vissuto lavorativamente nello stesso reparto (nella foto di apertura, un'immagine d'archivio ripresa in occasione di un Natale di diversi anni fa). Tanti episodi hanno impegnato il nostro piacevole discorso; molti, purtroppo, non sono narrabili.
Uno, però, mi è gradito ricordare: malgrado una gravità inaudita, mi costò, in ultimo, una censura.
Come ho avuto modo di esporre la scorsa settimana, lavorando nel reparto di Neuropsichiatria ebbi modo di trovarmi in una situazione logistica ed assistenziale da terzo mondo.
Locali angusti, mura scrostate, sbarre alle finestre, una struttura fatiscente e poche suppellettili, che avrebbero avuto bisogno, comunque, di essere sostituite.
Il particolare tipo di utenza faceva apparire il reparto come un lager da terzo mondo.
Si era giunti al punto che ormai si ricoveravano solo pazienti appartenenti alle classi sociali indigenti oppure alcolizzati raccolti per strada dai militi.
Una situazione indegna che mortificava quanti, medici ed operatori sanitari, svolgevano lì la quotidiana attività. I miei ripetuti appelli cadevano sistematicamente nel silenzio delle istituzioni, che non muovevano un dito.
In questo stato di vergogna, poco prima dell'arrivo dei Nas, si verificò un episodio gravissimo che in un paese civile, senza indugio alcuno, avrebbe dovuto scatenare una giusta e doverosa inchiesta.
Venne, infatti, ricoverato in psichiatria un ragazzo, figlio di un noto professionista locale, amico dell'amministratore straordinario del momento.
Sin qui, è ovvio, nulla da contestare, a condizione che venissimo tutti, medici ed infermieri, informati.
Il fatto grave, però, fu rappresentato dal fatto che, per riceverlo degnamente, operando un'ingiusta differenziazione con gli altri degenti, in poche ore fu imbiancata una stanza fino al giorno prima lurida, e solo a lui vennero offerti un letto e suppellettili nuove. Sei operai, lavorando sodo, in poche ore riuscirono a sconfiggere l'inerzia di anni.
Il tutto mentre gli altri pazienti venivano ammassati nelle altre stanze rimaste luride.
Lo stupore fu tanto nel momento in cui, con il personale, riuscimmo a comprendere la situazione: la riattazione di una sola stanza era stata stabilita non dal personale del nosocomio, ma, privatamente, dai genitori del ragazzo.
L'episodio, ancora oggi, a distanza di tanti anni, non merita commento. Le istituzioni, come sempre, silenti.
Solo dopo anni, la Procura della Repubblica di Napoli e i Carabinieri di Caserta ripresero l'episodio nel corso dell'indagine che bloccò, fortunatamente, il mio licenziamento organizzato a tavolino.
Nella lunga ed articolata relazione dei Carabinieri di Caserta, in proposito, tra l'altro si leggeva: "...La situazione di conflittualità denunciata da De Lorenzo è verissima; il degrado igienico-sanitario in cui in precedenza ha versato il reparto psichiatrico, ove sono stati finanche utilizzati i sacchetti neri per la raccolta dei rifiuti quali traverse per i letti dei degenti incontinenti, e la disposizione di fare fronte, con decisioni incredibilmente rapide, alla tinteggiatura e alle attrezzature di una stanza a beneficio di persone adeguatamente raccomandate... la disparità di trattamento dei malati, anche se titolari senza differenziazioni del diritto inviolabile di ricevere le cure, diritto rispettato solo in presenza di idonee segnalazioni, dimostrano un sistema ricattatorio e discriminante... in conclusione, fu disposta gratuitamente una censura nei confronti di De Lorenzo asserendo, con falsità, che l'episodio del ricovero del paziente particolare con le descritte modalità costituisse solo una calunnia... invece era tutto vero...".
Oggi è davvero impensabile che al "Rummo" si sia potuto verificare un episodio del genere. La stampa andò su tutte le furie.
Il commissario, a giustifica, asserì che si trattasse di accuse infamanti e decisamente strumentali. Molto incisiva la presa di posizione del procuratore dei cittadini del Tribunale per i Diritti del Malato, Matteo Simone, datata 24 novembre 1994. In essa si leggeva: "In data odierna è pervenuta alla scrivente organizzazione di tutela dei diritti dei cittadini malati la lettera del dott. Giuseppe De Lorenzo, aiuto presso il Servizio di Psichiatria della Usl 5 di Benevento.
Il dott. De Lorenzo segnala un fatto verificatosi presso il reparto e che riguarda, secondo lui, un caso emblematico di isolata efficienza rivolta più a rendere gradevole la permanenza in ospedale di un paziente particolare, piuttosto che affrontare la situazione complessiva delle precarie condizioni igieniche e funzionali di tutto il blocco ospedaliero dove sono allocati attualmente le divisioni di Psichiatria, Neurologia e Dermatologia.
A tal proposito questo movimento, nel prendere atto dell'efficienza dimostrata nell'occasione, non può che ricordare alla Pubblica Amministrazione che segnalazioni di degrado igienico-sanitario, del non funzionamento degli ascensori e dei campanelli d'allarme della Neurologia, eccetera, sono state fatte da tempi non sospetti da questo movimento. In merito poi al differente trattamento alberghiero che subiscono i pazienti, siamo perfettamente d'accordo con il dott. De Lorenzo.
Ad analizzare bene i fatti ci si rende conto effettivamente che esistono ammalati di serie A e B; non tanto perché il cosiddetto paziente "raccomandato" ha trovato accoglienza in locali rimessi a nuovo, ma perché la differenza di serie è tra tutti coloro che vengono ricoverati presso quel padiglione e quelli ricoverati, ad esempio, presso Medicina Generale, Otorino, Medicina d'Urgenza o Cardiologia.
E' quasi normale che chi soffre cerchi di avere il meglio, indipendentemente da chi è figlio.
D'altra parte, non è forse obbligo della Pubblica Amministrazione garantire a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso e ceto sociale, pari condizioni di trattamento?
E' nel momento in cui vengono meno queste garanzie che si determina la condizione della ghettizzazione".
La mamma del paziente, a modo suo, tentò di dare una spiegazione.
La sua giustificazione apparve inopportuna e sgradevole, dimostrando vieppiù che un episodio del genere avesse provocato solo disgusto ed indignazione.
La donna, non rendendosi conto di quanto affermava, arrivò all'assurdo sostenendo di «avere messo solo a disposizione degli operai per poter far eseguire i lavori".
Si può immaginare cosa accadrebbe se, per ricoverare un congiunto in un ospedale del Nord, i familiari portassero nella struttura i propri operai privati, retribuiti da loro.
Lo spettacolo fu inquietante. Rivedo, ancora oggi, gli sguardi sbigottiti dei congiunti degli altri pazienti che, in silenzio, valutarono tali disumane differenziazioni.
In ultimo, mi fu irrogata una censura, come i Carabinieri accertarono. A breve la stessa, valutando il punto in cui si era arrivati, fu giustamente depennata. Una vergogna! Inutile aggiungere altro.
Indimenticabile e violenta la presa di posizione verbale, attraverso un'emittente televisiva locale, dell'indimenticato decano dei giornalisti sanniti, Edgardo De Rimini, della quale, ancora oggi, inchinandomi dinanzi alla sua memoria, lo ringrazio". II parte
comunicato n.177598
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