Colpisce e ferisce vedere come una voce che richiama con forza la fine dei conflitti, che rimette al centro la vita umana, venga attaccata
E' un segnale grave. Non solo sul piano politico, ma su quello umano e morale. Sono tutti i giorni in contatto con ferite che la guerra amplifica, moltiplica e rende irreparabili. Per questo non e' piu' possibile restare in una zona neutra, ne' rifugiarsi in parole che non disturbano nessuno, commenta Pasquale Zagarese, direttore della Caritas stigmatizzando le parole di Trump sul Papa
Nostro servizio
L'attacco che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riservato a papa Leone XIV a cui è stato richiesto, in pratica, di fare il prete (ed è appunto quello che sta facendo il Papa) e non il politico in campo di politica estera, ha suscitato lo sdegno e la disapprovazione da parte dei cattolici.
Se ne fa carico di questi sentimenti, in maniera opportuna e forte, Pasquale Zagarese (foto), direttore della Caritas diocesana che ha inviato a "Gazzetta" una sua riflessione e di questo lo ringraziamo.
"C’è un punto - scrive - in cui il silenzio non è più prudenza, ma responsabilità mancata. E oggi quel punto è stato oltrepassato.
Scrivo nella mia responsabilità di direttore della Caritas della diocesi di Benevento, ogni giorno a contatto con le ferite concrete delle persone: Povertà, esclusione, solitudine.
Ferite che la guerra amplifica, moltiplica, rende irreparabili. Per questo non è più possibile restare in una zona neutra, né rifugiarsi in parole che non disturbano nessuno.
Colpisce e ferisce, vedere come una voce che richiama con forza alla fine dei conflitti, che rimette al centro la vita umana, venga attaccata o ridotta a ingenuità.
E' un segnale grave. Non solo sul piano politico, ma su quello umano e morale.
Perché chi lavora ogni giorno accanto agli ultimi sa bene che la guerra non è mai un concetto astratto.
Ha volti precisi. Ha nomi.
E' il volto di chi perde tutto, di chi fugge, di chi resta sotto le macerie, di chi arriva alle nostre porte con addosso solo la propria disperazione.
E' qui che le parole sulla pace smettono di essere teoria e diventano urgenza.
Il Vangelo, che ispira il nostro servizio, non è neutrale. Non lo è mai stato. Non si limita a consolare, ma chiama in causa.
Non si adatta alle logiche del potere, ma le mette in crisi. Sposta lo sguardo dove spesso non vogliamo guardare: sull’ultimo, sul fragile, su chi non ha voce.
E proprio questa libertà è ciò che inquieta.
Perché non può essere controllata. Non può essere piegata a interessi.
Non può essere ridotta a strategia.
Da operatore della carità, prima ancora che da responsabile ecclesiale, sento il dovere di dire che non si può delegittimare chi chiede la pace senza assumersi una responsabilità enorme.
Non si può continuare a giustificare la guerra come inevitabile senza tradire, ogni giorno, la dignità di chi ne paga il prezzo.
Non è questione di schieramenti. Non è una disputa tra figure pubbliche.
E' una questione di coscienza.
E la coscienza, quando è viva, non permette scorciatoie.
Le nostre comunità vedono arrivare le conseguenze delle decisioni prese altrove. Le vedono nei volti dei migranti respinti, nelle famiglie spezzate, nelle nuove povertà che avanzano.
Allora diventa insopportabile ascoltare un linguaggio che riduce tutto a strategia, a interesse, a equilibrio di potere.
La pace non è debolezza. E' la scelta più esigente. Perché chiede di rinunciare alla logica della forza, di fermarsi, di riconoscere l’altro come persona e non come nemico.
Chi deride o attacca questa prospettiva dovrebbe avere il coraggio di dire apertamente quale alternativa propone. Più armi? Più morti? Più distruzione? E fino a quando?
Noi, che lavoriamo ogni giorno tra le fragilità, sappiamo che ogni vita persa è una sconfitta. Senza eccezioni. Senza giustificazioni.
Per questo oggi non possiamo limitarci a osservare. Non possiamo usare parole tiepide. Non possiamo adattarci a una narrazione che normalizza la guerra e marginalizza chi la contesta.
La carità, se è autentica, non è mai neutrale. Sta dalla parte della vita. Sempre.
E allora, con rispetto ma senza alcuno sconto, è necessario dirlo con chiarezza: attaccare chi chiede la pace significa esporsi al giudizio della storia e prima ancora, al giudizio della propria coscienza.
Perché alla fine resterà una sola domanda, semplice e ineludibile: Davanti alla sofferenza degli innocenti, da che parte siamo stati?
Su questa domanda non ci saranno comunicati, né strategie, né giustificazioni che tengano.
Ci sarà solo la verità. E quella, prima o poi, presenta il conto".
comunicato n.177362
Società Editoriale "Maloeis" - Gazzetta di Benevento - via Erik Mutarelli, 28 - 82100 Benevento - tel. e fax 0824 40100
email info@gazzettabenevento.it -
partita Iva 01051510624
Pagine visitate 755375240 / Informativa Privacy