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Benevento, 02-04-2026 16:09 ____
La vicenda di Palmoli, della famiglia del bosco. Quando la tecnica si sostituisce alla realta'
Nel contrasto aspro tra i genitori dei bambini sottratti alla loro famiglia e le assistenti sociali, compresi psicologi e magistrato competente per il caso, si sia materializzato il vecchio, inquietante fantasma dello "Stato etico", scrive Franco Bove, architetto e storico
Redazione
  

Un riflessione sulla vicenda di Palmoli della famiglia del bosco, ci giunge da Franco Bove, architetto e storico.
"Gentile direttore - scrive - circola sul web una storiella che sembra tratta da un film di Robert Altman.
Cappuccetto Rosso si reca a far visita alla nonna che, com'è noto, abita in una casa nel bosco. La trova in buona salute e si siede con lei davanti al camino per consumare una crostata di frutti, manco a dire del bosco, e per scambiare quattro chiacchiere.
Sentono, ad un tratto, bussare alla porta, la ragazza si alza e va ad aprire, ma la nonna l'avverte di guardare nello spioncino prima di girare la chiave. La cautela nel bosco non è mai troppa.
Cappuccetto Rosso le dà retta, appoggia l'occhio al piccolo foro e subito dopo sobbalza spaventata gridando: mammamia!
La nonna si solleva sui braccioli e preoccupata, le chiede: è il lupo?
Peggio, risponde la nipote, è l'assistente sociale!
Ma la storiella non finisce qui.
Qualcuno ha inserito una perfida coda.
Il giorno dopo un cacciatore trova nel folto del bosco un lupo agonizzante. Si scoprirà, dopo l'autopsia, che il povero predatore ha mandato giù in un sol boccone l’assistente sociale, ma non è riuscito a digerirla.
L'autore di questa boutade ha provato a sdrammatizzare, non senza una punta di veleno, la penosa vicenda della famiglia del bosco abruzzese, che, invece, meriterebbe qualche riflessione non limitata solo agli aspetti morali e giuridici.
A me sembra che nel contrasto aspro tra i genitori dei bambini sottratti alla loro famiglia e le assistenti sociali, compresi psicologi e magistrato competente per il caso, si sia materializzato il vecchio, inquietante fantasma dello "Stato etico".
Le argomentazioni addotte dalle autorità giudicanti rivelano la netta incomprensione verso l’ambientalismo di tipo anglosassone influenzato dal pensiero di Jean Jacques Rousseau nella sua declinazione romantico-conservazionista.
In questo modo di intendere la vita da parte della coppia australiana la natura assume funzione sacrale, rigenerante e fondamentale per salvare i figli dalla corruzione della città consumistica, fonte di inquinamento materiale e spirituale.
Si oppone a questo anarchismo primitivista, poco conciliante con il mainstream progressista, l'obbligo della difesa da parte delle istituzioni pubbliche dei diritti dei minorenni che si estende alla loro formazione e socializzazione da ricondurre senza eccezioni in un ambito comunitario regolato dalle leggi, dotato di evoluti servizi e controllato dallo Stato.
Si discute, pertanto, della scarsa sensibilità con cui sono state utilizzate nella circostante le norme vigenti in materia, dell'eccesso di zelo con cui le hanno applicate gli operatori addetti, ma della libertà non si discute e, del resto, nella democrazia italiana questa specifica questione è stata sempre considerata troppo complicata da affrontare, soggetta com’è a sofisticate interpretazioni riduttive di stampo politico.
Eppure questa vicenda, che si sta prolungando oltre ogni ragionevole previsione, resta innanzitutto una questione di libertà e di tolleranza.
Ma quali sono le vere radici di un’operazione così estrema, oltreché autoritaria?
Credo che siano da individuare non in un problema di diritto, né di orientamento politico-ideologico, bensì nella "tecnica" di valutazione impiegata.
Tecnica da intendere nel significato attribuitole dal filosofo Emanuele Severino.
Per meglio intenderci, bisogna riandare allo sviluppo raggiunto nell'ultimo mezzo secolo dalla psicoterapia.
Il manuale americano, che ne recepisce i risultati, elenca più di seicento patologie del comportamento umano.
Manca in questo corposo testo la definizione di "normalità" o di equilibrio esistenziale da non confondere con l'idealistica, irraggiungibile condizione di benessere totale.
Non mi sorprende perché su tale impervia erta speculativa si misurano solo la filosofia e la teologia.
Una disciplina scientifica parte, invece, dalla concreta osservazione della sofferenza, elabora sulle sue cause teorie interpretative, mette a punto coerenti paradigmi, studia soluzioni terapeutiche, da cui deriva protocolli applicativi che si traducono, infine, in una pletora di test. psicologi e assistenti sociali utilizzano questi test, spesso senza piena consapevolezza dei loro presupposti teorici.
Tale è, appunto, la "tecnica", vale a dire la conoscenza scientifica ridotta a prassi ordinaria e a metodo rigido.
Ricorda la vecchia cartina di tornasole che immersa in un liquido ne rivelava la componente basica o acida, ma non la sua intrinseca qualità.
Per fare un esempio quando ci si trova davanti ad un ragazzino di scuola elementare o media particolarmente irrequieto e lo si sottopone, oggi, ad un test si riesce a sapere se la sregolatezza comportamentale rimanda ad una specifica patologia, ma non se il maestro o la maestra hanno adeguate capacità didattiche.
Questa è la strada senza uscite che delinea tecnica.
Uniforma ogni azione umana mediante schemi valutativi cui attribuisce valore di realtà con conseguenze spesso imprevedibili e difficili da rimediare.
Thomas Szasz, autorevole esponente della cosiddetta antipsichiatria, sosteneva che l'avanzamento della disciplina che lui stesso praticava aveva prodotto una sorta di "psicologia coercitiva".
Severino, a sua volta, era più categorico.
Credeva che la "tecnica" avrebbe corroso progressivamente ogni forma di umanesimo".

comunicato n.177135




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