I chiarimenti di Mario De Nigris su quella che ritiene essere una distorta rappresentazione della realta' sul reperto di Palazzo De Cillis
Avverto la necessita' di far chiarezza e di ristabilire una debita autenticita' di concetti da me espressi nel pezzo di dicembre, soprattutto considerando la natura storica della materia trattata
Redazione
Gentile direttore, ci scrive Mario De Nigris, dopo aver letto il recente articolo di Francesco Bove sul reperto delle cantine di Palazzo De Cillis, come diretto interessato sono costretto, mio malgrado, a porgere dovuti chiarimenti sulla distorta rappresentazione della realtà in esso contenuta.
Premetto che l’estensore interviene in riferimento a un mio articolo pubblicato sul periodico “Realtà Sannita” il 3 dicembre 2025 e avente come argomento l’identificazione di una vasca come “Mikveh”, ovvero un bagno rituale ebraico, presente nei sotterranei di Palazzo De Cillis in via Erik Mutarelli.
Mi sorprende, e francamente mi dispiace non poco, che un’eminente figura di storico introduca il tema con estrema leggerezza screditando il sottoscritto, tirando in ballo inopportunamente, come ha fatto, il clima che si vive oggi dominato dalla miriade di notizie, presenti ogni giorno su quelle che chiama piattaforme web, riguardanti scoperte archeologiche di fantasia e finendo per colorare poi il tutto con ulteriori commenti. L’articolista, dopo aver fatto questa speciosa parentesi introduttiva, arriva ad asserire che, con il mio articolo, ho voluto portare all’opinione pubblica il fatto che quella zona corrisponda alla Judeca medievale, basando su questa falsa affermazione il resto delle sue sarcastiche argomentazioni.
Di fronte a questo incomprensibile abbaglio, a seguito di tali gravi e imprecise lacune informative contenute nell’articolo di Bove, vedo la necessità di far chiarezza e di ristabilire una debita autenticità di concetti da me espressi nel pezzo di dicembre, soprattutto considerando la natura storica della materia trattata.
Il mio articolo non affronta in alcun modo il tema dell’esatta individuazione dell’area della Giudecca beneventana come sembra, invece, che abbia così “deciso” (per conto suo) l’articolista, né può contenere velleità di datazioni storiche, né tanto meno è stato scritto per dissertare sulle vicende della comunità ebraica beneventana.
Il presupposto del mio messaggio è attinente schiettamente alla materia della Storia, intesa come “disciplina”, considerata dotata di una propria metodologia di tipo scientifico. Infatti il cardine nascosto delle argomentazioni del mio articolo è un concetto proprio alle discipline storiche, collegato alle cosiddette “Fonti primarie”, testimonianze originali, prove dirette e coeve degli eventi, che dovrebbero essere il sostegno di ogni ricerca storica. Il mio articolo di dicembre è stato finalizzato esclusivamente a questo, ovvero mettere a disposizione di tutti una informazione in grado di dare indicazioni, di preparare un percorso di ricerche storiche che sia stimolante da seguire per sviluppare proprie esperienze conoscitive, capaci di condurre ciascuno di noi verso nuove verità.
Come è logico che sia, trattandosi di un articolo divulgativo di giornale, non specialistico, ho cercato di rivolgermi a tutti esponendolo nella maniera più semplice e comunicativa possibile.
Coerentemente alle suddette motivazioni, è stata prevista anche la pubblicazione di un articolo di diversa natura sullo stesso argomento, più didascalico e con riferimenti documentali, che dovrebbe andare in stampa i prossimi mesi su Api ingegnose, Quaderno di studi ricerche e sperimentazione didattica a cura del liceo classico Pietro Giannone.
Incomprensibilmente noto con rammarico come un uomo della materia, uno storico, non abbia afferrato il senso e la natura di questo mio messaggio. Purtroppo nel suo articolo, essendo partito da una indubbia cantonata, una distorsione interpretativa che ne ha travisato i contenuti (v. giudecca), ha intrapreso una serie di sommarie dissertazioni sulla storia della comunità ebraica beneventana che, proprio per tal vizio di fondo, possono ritenersi non dovute e inopportune.
Nel mio articolo non sono affatto interessato a trattare le informazioni che invece lui espone, non le ritengo utili da pubblicare semplicemente perché questi argomenti non riguardano le finalità del mio scritto. Oltretutto l’estensore, così facendo, dimostra di avere la presunzione che io non sia a conoscenza della storiografia scritta fino ad oggi su questi argomenti. In questo modo, fuorviando il mio argomento, con un semplice articolo di giornale richiama aspetti storici già conosciuti, supportati da limitate citazioni bibliografiche, incorrendo così nel rischio che possano apparire, a chi sia già edotto, come riferimenti semplicistici e non eloquenti. Fare tutto questo non ha un senso logico, esistono molti testi che trattano meglio questo argomento.
Provo a confortare l’estensore informandolo che l’individuazione (o riconoscimento) di una vasca rituale ebraica nel nostro centro storico, non è stata confezionata in quel mood diffuso da lui sarcasticamente descritto senza opportuni approfondimenti. Come mi è stato insegnato, per esaminare un tema storico è fondamentale la ricerca e lo studio di fonti storiche, primarie e secondarie (libri o articoli di recensione che analizzano e interpretano le fonti primarie).
Per arrivare a delle mie conclusioni è stato fatto uno studio dettagliato, sia considerando la vasta letteratura scritta sui mikva’ot pubblicata in Italia e all’estero, e sia su un documento da considerarsi come fonte primaria, completato con indagini dirette sulle strutture.
Non è stato facile arrivare a una corretta interpretazione dell’ambiente presente nel palazzo De Cillis, soprattutto se certi elementi appartengono a una cultura e a una dottrina assai diverse dalle nostre. I dubbi manifestati dall’articolista circa la mia identificazione nascono da sue osservazioni, in parte apparentemente un po’ confuse, che comunque non possono essere chiarite brevemente in questo articolo, ma ovviamente la mia dettagliata relazione su “Api ingegnose” è stata prodotta per questo, soprattutto per cercare di soddisfare tale compito identificativo.
Noto invece un paradosso, la convinzione dell’articolista sulla vasca per tintori, al momento, resta solo una ipotesi di lavoro, un punto di partenza, che non può considerarsi una “tesi” in quanto è ancora priva di una base capace di dimostrarla. Al di là di questa nota di biasimo per l’alterigia mostrata dall’articolista, sarò sempre a disposizione per spiegare le mie perplessità sulle osservazioni avanzate, però mi farebbe molto piacere farlo in compagnia, magari gustando un buon caffè, ai miei tempi si usava così, non gradisco e non credo sia giusto farlo con questi modi.
comunicato n.176342
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