Dalle cantine di Palazzo De Cillis a via Erik Mutarelli compare un prezioso reperto attribuibile al XVI secolo ad uso alla comunita' ebraica
Si tratta di una vasca di purificazione o di un laboratorio per la tintura dei panni, addirittura di maggiore interesse storico, come se ne vedono ancora in Medioriente, separato dalla dimora medievale? Sarebbe opportuno far svolgere per l'intero piano terra del palazzo un'accurata indagine archeologica che possa fornire qualche particolare sulla venuta degli ebrei in Benevento e che dia informazioni interessanti sulle fasi di transizione tra l'impianto romano e quello medievale
di Francesco Bove
Da tempo sulle piattaforme web compaiono, con crescente frequenza, resoconti di eccezionali scoperte archeologiche, spesso confezionati con disinvolti apporti di enfasi e in non pochi casi, di fantasia.
Si è diffusa una tale incondizionata affezione per i reperti del passato, forse sulla scia dei film di Indiana Jones o degli scoop dell’archeologo egiziano Zahi Hawass, da indurre lettori e spettatori a vedere anche in un comune oggetto annerito dalla patina del tempo un potente stimolo all’immaginazione, ben aldilà di ogni razionale cautela.
Sembra rientrare in questo mood la recente notizia del ritrovamento, nel centro storico di Benevento, in via Erik Mutarelli e all'interno del vecchio Palazzo De Cillis (nella foto, proprio di fronte la sede di "Gazzetta" ndr), dei resti di una vasca per bagni rituali purificatori della tradizione giudaica.
In un lungo articolo pubblicato su "Realtà Sannita" il fortunato scopritore ha informato i lettori dell'eccezionale circostanza.
Il riconoscimento di significato del raro reperto sarebbe stato confermato da autorevoli esperti.
Con compiaciuta acribia, l'estensore del testo ha voluto spiegare, a chi ancora non ne fosse consapevole, che il luogo dove si è fortunatamente conservato il mikweh ("raccolta di acque" in lingua ebraica) è nientedimeno che la Judeca medievale.
L'importante scoperta lo confermerebbe finalmente.
A suo dire, infatti, oltre a poche epigrafi, non ci sarebbero documenti che attestino la presenza della comunità ebraica in un quartiere specifico della città e secondo lui sarebbe il caso di chiedersi, sciorinando il bigino di wikipedia, se si possano trovare ancora resti degli edifici di uso comunitario ebraico tra cui la sinagoga.
Si tratta di un'affermazione a dir poco sorprendente poiché la localizzazione del quartiere giudaico è da lungo tempo ben nota agli studiosi e del resto, lo dimostra l'ubicazione di alcune chiese (San Nazzaro a Iudeca, San Gennaro de Iudeca e Santo Stefano de Iudeca) che segnavano, per così dire, il virtuale confine tra l'area del culto cristiano e quella riservata alle funzioni religiose guidate dal rabbino (Carmelo Lepore, "Cento chiese", 2007).
Gli ebrei beneventani fin quasi alla fine del XVI secolo hanno interagito proficuamente con le istituzioni locali e con la società cittadina (Lonardo, "Gli Ebrei", 1919; Zazo, "I primi ed ultimi Ebrei", 1975; Colafemmina, "Gli Ebrei in Benevento", 1998), contribuendo allo sviluppo del commercio locale, finanziando varie attività economiche e impegnandosi in produzioni artigianali tra cui la lavorazione e la tintura dei panni (la cosiddetta tincta Judeorum).
Abitavano in due quartieri (lungo via Mutarelli e via De Blasio), costituivano una delle più importanti comunità del Mezzogiorno e ospitavano intellettuali di elevato prestigio.
Già nel X secolo alcuni di loro avevano elaborato il Sefer Yosefon, considerato il capolavoro della storiografia ebraica medievale (Araldi, "Vita religiosa", 2016) e da Benevento proveniva nel Cinquecento il primo divulgatore in Napoli della Qabbalah.
Quando il papa Paolo IV con la bolla cum nimis absurdum nel 1555 li costrinse ad abbandonare la città il Consiglio della nostra comunità inviò ambasciatori a Roma e tentò inutilmente di indurre il pontefice a rivedere la sua decisione almeno per Benevento.
Dove fosse la sinagoga non è dato sapere.
E’ stata avanzata l’ipotesi che potesse trovarsi in un edificio dalle strutture medievali che oggi ospita un bar in via Mutarelli, ma è assolutamente da escludersi che in pieno Medioevo i rabbini potessero piegarsi all’obbligo di esercitare le loro funzioni in un’aula ecclesiale che, inoltre, portava la dedicazione al protomartire Stefano, lapidato dagli ebrei.
Sarebbe stato un affronto inaccettabile per i rappresentanti della comunità ebraica che, peraltro, ricoprivano ruoli non secondari nell’amministrazione della città.
In calce agli statuti del 1203 compaiono, infatti, almeno due nomi di chiara derivazione ebraica.
Tornando alla presunta scoperta del mikweh, devo dire che la sua identificazione mi suscita forti dubbi sia di tipo funzionale, che tecnico-architettonico.
Innanzitutto la notevole dimensione (circa m. 4 x12) e la modesta profondità della pretesa vasca (caratteristiche di un hammam turco) non sono appropriati alla tipicità del bagno rituale giudaico che prevedeva misure molto più ridotte in ampiezza (intorno a 3 x 1,50 metri) e maggiori in altezza (circa m. 1,40 perché la persona doveva immergersi completamente)
Aggiungo poi che la riservatezza della cerimonia, essenziale soprattutto per le donne, non sarebbe stata assicurata, essendo la vasca accessibile solo dalla bottega, sempre spalancata verso l’esterno, dove si collocavano le plancae (i banchi con le merci) e, dunque, impura. Inoltre l’ambiente del supposto bagno era aperto in origine sia verso la strada pubblica, sia verso il cortile interno e raggiungeva l’altezza di circa sei metri (il solaio era ed è sostenuto ancora in mezzeria da un arco gotico).
Dal pozzo l’acqua non poteva scorrere naturalmente verso la vasca e, soprattutto, solo dopo l’acquisizione nel XVII secolo degli immobili da parte dei De Cillis fu costruita la volta a botte in laterizi moderni che oggi copre la vasca e che trasformò il sito in una sorta di grotta interrata adibita probabilmente a cantina o a palmento e illuminata debolmente e suggestivamente da due simmetriche bocche di lupo a filo stradale (sic).
Per tutte queste ragioni ho sempre creduto che si trattasse in origine di un laboratorio per la tintura dei panni (per me di maggiore interesse storico), come se ne vedono ancora in Medioriente, separato dalla dimora medievale, sufficientemente aerato e dotato di pertiche per appendere i tessuti (di qui la necessità di aumentarne l’altezza andando oltre la misura dei vani contigui e abbassando a tal fine il livello pavimentale attraverso uno scavo).
Infatti nell’ambiente soprastante alla grotta la luce dell’arco è troppo ridotta e si può accedere al livello pavimentale attraverso dei gradini, aspetto questo del tutto anomalo rispetto all’intero piano terra del palazzo.
Sono semplici constatazioni ma, se si vuole avere certezza della vera natura del manufatto storico segnalato, sarebbe opportuno far svolgere per l’intero piano terra del Palazzo De Cillis un'accurata indagine archeologica che possa addirittura fornire qualche particolare sulla venuta degli ebrei in Benevento e che dia informazioni interessanti sulle fasi di transizione tra l’impianto romano e quello medievale.
Mi auguro che ciò si faccia sull’onda dell’entusiasmo mostrato dal redattore dell’articolo e nell’interesse della città.
ap - Lo storico Franco Bove, architetto, torna con un suo prezioso scritto, su una questione archeologica di cui siamo stati testimoni non oltre un paio di mesi fa.
Il proprietario di Palazzo De Cillis, una struttura molto ampia, si parla di oltre 2mila metri quadri coperti, che insiste su buona parte di via Erik Mutarelli e vico I San Nicola, ci invitò ad osservare il recente ritrovamento avvenuto nel piano sottostante al livello stradale.
Effettivamente, dopo una rampa di scale in pietra, non agevole, era emersa una vasca in pietra e che loro stavano svuotando dell'acqua in essa contenuta proprio per le indagini sulla sua conoscenza.
Con il proprietario c'erano anche due tecnici, tra cui un architetto, che stavano lavorando per una datazione.
Si era stimato che questa base del palazzo, ma non si escludeva una ulteriore stratificazione sottostante, fosse databile al XVI secolo.
L'immobile, come tanti altri della via, sin qui sono stati ascritti tra il XVII ed il XVIII secolo.
Anche a noi quella vasca venne descritta ai fini dell'utilità del popolo ebraico che viveva in quella zona.
Oggi Bove ci apre nuovi orizzonti.
E' eccezionale questa nostra città.
Benevento ha ancora tanti segreti nascosti che ancora meritano di essere studiati.
Grazie a Franco Bove per questo suo intervento e per l'apporto che continua a dare al passato illustre e plurimillenario di questa nostra bella città.
comunicato n.176145
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