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Benevento, 04-04-2021 09:34 ____
La triste storia di Antonio ci deve indurre ad uscire in fretta da questo film orribile che viviamo, commenta Peppino De Lorenzo
Dobbiamo stropicciarci gli occhi, scuoterci dalla fasulla normalita', tornare ad essere normali... Una solitaria voce amica, quella di don Nicola De Blasio, all'Omelia del rito funebre di Antonio Iasiello, detto Buffet, un raggio di sole nel silenzio
Nostro servizio
  

Nel giorno di Pasqua, Peppino De Lorenzo scrive a don Nicola De Blasio, parroco della chiesa di San Modesto.
Lo spunto è tratto dall'omelia ascoltata, qualche settimana fa, in occasione del funerale di Antonio Iasiello, noto ai più col soprannome di Buffet.
Quella di De Lorenzo è una riflessione attenta che, magari per un solo attimo, invita a fermarsi.
"Don Nicola carissimo - si legge - nel giorno di Pasqua, mi rivolgo, pubblicamente, a lei.
Il mio scritto, senza, è ovvio, essere ripetitivo, trae lo spunto dalla splendida omelia, fredda e sincera, da lei tenuta, ai pochi presenti al funerale di Antonio Iasiello, per tutti noi Buffet.
Omelia che non solo ho apprezzato moltissimo, ma, nell'ascoltarla, come in un film, ho ripercorso la vita di quel ragazzo, cui l'esistenza non è stata benigna, arrivando, in ultimo, alla triste realtà della vita odierna che ci circonda.
Ed il film, definiamolo così, se vogliamo, è proseguito, qualche giorno fa, dinanzi al sepolcro di Antonio.
Tra l'altro, la mia memoria, incominciando a correre da sola, senza che io riuscissi a fermarla, mi ha riportato ad episodi lontani nel tempo che, anche se incancellabili, furono solo frutto di incomprensioni tra me e lei, di cui la politica, la maledetta politica,  giocò un ruolo di non poco conto.
Non sono, di certo, un bigotto, ma, da tempo, lo ammetto, non ascoltavo una omelia vera, non di circostanza.
Negli anni datati sono stato il medico di Antonio e la lettera della mamma di questi, di 25 anni fa, che "Gazzetta" ha pubblicato, con la mia risposta di allora, rimane una prova oltremodo eloquente di quel difficile vissuto.
Carissimo don Nicola, sono venuto, però, a quel funerale con un atteggiamento molto sospetto, convinto di trovarmi dinanzi alla solita parata di circostanza, cui siamo usi.
Infatti, non ho mai gradito le celebrazioni di comodo e le passerelle senza costrutto.
Poi, pian piano, dopo aver rimesso a fuoco i miei pensieri, complici le sue belle parole, sono, in ultimo, rimasto entusiasta per l'inno alla speranza ed alla vita che lei, con espressioni semplici, ma, ripeto, forti, ha lanciato.
Ho visto, come da lei evidenziato, con profonda amarezza, una chiesa quasi vuota, con l'assenza anche di chi, dinanzi alla ingiustificata dimenticanza di aver lasciato Antonio per venti giorni in una cella frigorifero della sala mortuaria del "Rummo", non abbia neanche cercato ed avvertito il bisogno di tentare, con la sua presenza, una scusante.
Innanzi al sepolcro di Antonio, a cimitero, mi sono seduto a riflettere.
L'ho immaginato lì sotto con i suoi rusticini, tanto affettuosamente, adagiati sulla bara da Massimo Contini.
Era una mattinata davvero serena, con un sole vivido da abbagliare.
Ho ripercorso nella mente le sue parole, don Nicola, partendo dalla constatazione che la vicenda poteva e doveva essere chiusa prima, molto prima, se non fossimo nella società come quella in cui viviamo, troppo spesso miope, che ci porta a smarrirci nel rispetto dell'unica sofferenza che è una opportunità per comprendere appieno il nostro vero io.
Sì, Antonio, fortunatamente non da tutti, è stato umiliato e beffeggiato, tante volte, segnatamente nel passato, quando era intento a lottare contro le cabine telefoniche.
L'unica cosa che offre soluzione è la morte che non permette più  offese ed umiliazioni anche nei riguardi di chi, come Antonio, ha avuto, in ogni caso, il dono della semplicità, purezza, verità.
Ha ragione lei, don Nicola, nell'ammettere che sia uno dei pochi a presentarsi senza peccati dinanzi a Dio.
Lui, ad un tratto, è vissuto speditamente, conservando l'innocenza della fanciullezza, rimanendo sempre sorpreso sulla ruota della vita, accontentandosi solo di partecipare al buffet di turno.
Ed ha avuto ancora ragione, don Nicola, nell'affermare che la storia di Antonio debba indurre ad uscire di fretta da questo film orribile che viviamo, facendoci tornare nel mondo naturale, svegliandoci, stropicciandoci gli occhi, scuotendoci dalla fasulla normalità, tornare ad essere, appunto, normali.
Quanto si è verificato, se analizzato con attenzione, sembra essere più una scena di un documentario relativo agli animali, ma, in ultimo, purtroppo, ci si accorge che sia stato un evento verificatosi davvero, non tra gli animali, per i quali, è ovvio, si debba conservare umanità, ma tra esseri viventi.
Ecco perchè lei mi ha indotto ad accorgermi di non essere il solo a pensarla in un certo modo.
Ed anche se lo fossi, la mia malinconia non sarebbe, di certo, una sconfitta.
Allora, non chiediamo alla vita più di quanto possa darci e ciò che rimane confidiamolo al sogno, che non conosce barriere, nè l'ansimare per il tempo che fugge.
Ho concluso che sia stato veramente bello ascoltare le sue parole, profferite con tanto amore e semplicità.
Una solitaria voce amica, la sua, un raggio di sole nel silenzio che ha avvolto i pochi presenti al mesto rito.
Ed ho ancora pensato alle diverse foto che un signore ha chiesto che fossero deposte nell'urna. 
Erano le fotografie del giorno delle nozze dei genitori di Antonio con la mamma che tagliava la torta nuziale.
Qui, la stranezza e l'imprevedibilità del destino.
In quel giorno tanto lontano, la giovane coppia, che si apriva alla vita, non poteva mai ipotizzare un destino del genere. Che tristezza!
Rivedendo, attraverso le immagini, il volto di quella mamma ho ricordato i nostri lunghi colloqui in ospedale e nel mio studio, per tentare di aiutare Antonio.
Poi, quella lettera di aiuto, il velo di tristezza che si intravedeva nelle sue parole.
Una donna, la signora Maria, di rara gentilezza e di grande discrezione.
In questo modo la ricordo.
E' stato così che, alzandomi, ho lasciato il cimitero.
Ho pensato che la lettera di tanti anni fa, ricordando i colleghi che si ostinavano a non volere riconoscere ad Antonio un suo sacrosanto diritto, non fu vana.
E, forse, quella mamma ha lasciato il mondo terreno con un briciolo di sicurezza. Che almeno il suo Antonio avrebbe avuto di che vivere.
Ai rappresentanti istituzionali assenti, attraverso lei, don Nicola, nel giorno di Pasqua, gradirei rivolgere una considerazione.
La stragrande maggioranza di loro, dopo la morte, cadrà nell'oblio.
Antonio, invece, rimarrà un personaggio legato alla storia della nostra città.
Oggi, il suo corpo ancora valido, la forte fibra, la mente reattiva gli hanno permesso di sfidare la morte per mesi, ma, tuttavia, non si è, poi, più rialzato in piedi e la stessa, in ultimo, ha vinto.
Ed a porgli lo sgambetto, guarda caso, è stato, in particolare, lo stomaco.
Ecco perchè, uso a riempire a sazietà quest'ultimo, nel corso di ogni buffet, in ospedale Antonio non ha tollerato alimentarsi con la sacca che, piano piano, goccia a goccia, doveva nutrirlo.
Lo nutriva lentamente, cercando di ridargli glucosio, aminoacidi, vitamine che lui non riusciva ad immettere nel proprio organismo con una regolare alimentazione.
E non appena l'infermiere si girava, lui bucava la sacca.
Ultimo atto di una vita particolare.
A lei, don Nicola, ringraziandola per questa lezione di vita che le sue parole mi hanno offerto, rivolgo un abbraccio morbido e cordiale".

comunicato n.139635



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