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Benevento, 12-11-2020 16:05 ____
Enza chiama Enza e il filo dei ricordi si riannoda intrecciando pensieri che da Benevento arrivano in America e oggi a Istanbul
Il tempo del Covid di questo anno 2020 che continua a tenere le nostre vite "sospese" ci permette, di "imbatterci" per caso e per curiosita', con amici vicini e lontani, tra memorie di ieri e realta' del quotidiano, tra sorrisi e melanconie
di Enza Nunziato & Enza Iadevaia
  

Enza chiama Enza, e il filo dei ricordi si riannoda intrecciando pensieri che da Benevento arrivano in America e oggi a Istanbul.
Il tempo del Covid di questo anno 2020 che continua a tenere le nostre vite "sospese" ci permette, nei lunghi giorni trascorsi in casa, tra letture, videochiamate e impegni di lavoro e di studio, di "imbatterci" per caso e per curiosità, con amici vicini e lontani, tra memorie di ieri e realtà del quotidiano, tra sorrisi e melanconie, tra abbracci ideali che ci fanno sentire meno soli.
In questo girovagare virtuale, ci è capitato di ritrovare Enza Iadevaia (nella foto di apertura), amica di letture e di passioni giornalistiche che, seduta sul balcone della sua casa a Istanbul, ci fa immaginare di essere in transito sul magico Bosforo. Un luogo incantato da dove si snoda il nostro nuovo cammino fatto di speranze e di sogni, di dolcezze e di asprezze, segno dei tempi convulsi e complicati.
La nostra conterranea che insegna Lingua, Cultura e Cinema alla Boğaziçi University di Istanbul, ci racconta che la signora Ayşe del piano di sotto, la chiama la sorridente "yabancı" (straniera in turco).
In realtà, ha dichiarato Enza Iadevaia, qui a Istanbul non mi sono mai sentita straniera.
Sarà perché il caos, i tempi lenti, il modo di approcciarsi alla vita sono simili a quelli del nostro sud, ma io questo posto l'ho da subito chiamato casa.
Ma per entrare nel mondo di questa nostra amica partiamo dal suo "primo" viaggio che prende le mosse più di otto anni fa nel piccolo paese di Durazzano (nella seconda foto in basso un quadro regalatole dall'artista santagatese, Fabio Della Ratta, noto come Biodpi).
"Il paese da dove, anni prima - ha ricordato Iadevaia - molti dei miei familiari e dei miei paesani erano emigrati, in cerca di quella famosa e agognata fortuna, verso altri lidi e altri mondi.
Verso quella "Merica" dove poi sono approdata anche io, vivendo per un po' di anni prima nel Connecticut dal colore rosso degli aceri, poi nella calda e tropicale Florida".
Ebbene sono una emigrante, ha evidenziato con un sorriso Enza Iadevaia, anche se il dizionario aggiorna le definizioni e trova sinonimi più eleganti, meno amari.
"E dunque... - ha continuato a raccontare con voce soffusa e sognante - appartengo alla categoria degli "expats", quella generazione che volontariamente ha deciso di lasciare casa.
Ma è proprio vera questa definizione?
Perché si va via?"
"Si va via se nel posto in cui vivi - si è interrogata Enza Iadevaia - non trovi le condizioni necessarie per riuscire a realizzare o a portare a termine dei progetti sperati?
Qualunque siano le ragioni, rimarca Iadevaia, siamo e/migranti.
Che il dizionario ci definisca in modo diverso non cambia la realtà delle cose. Le parole definiscono le nostre identità ma non ne cambiano le emozioni, le difficoltà, il senso di estraniamento".
"L'avventura americana ha successo", ha spiegato Iadevaia con un pizzico di orgoglio.
"Non posso dire che l'America mi sia stata avversa.
Dottorato di ricerca, borse di studio, e insegnamento in varie Università, sono stati la prova che lavorando con passione e avendo pazienza ottieni quel che nella tua terra potevi solo sperare.
Ma i risultati sono arrivati dopo anni e non di certo in tre mesi come spesso la gente fa credere. All’estero devi ricominciare da zero, sei un numero qualsiasi, e soprattutto devi imparare a essere umile".
Poi ci prendi gusto, e non ti senti più straniera, ha continuato Enza Iadevaia, non temi più la solitudine e la paura di ricominciare e così rifai le valige e riparti.
"Ora che scrivo e vi racconto la mia vita, sono seduta sul balconcino di casa a Istanbul, luogo che è diventato spesso durante il Covid il mio spazio personale.
Contraddizione a dire il vero.
Spazio personale, aperto sul mondo, evidenzia Iadevaia pensando all'Italia, dove ho trovato un modo per affrontare la solitudine e non per evitarla.
Sul balconcino, che si affaccia su un enorme spazio verde, ci sono tre piante, un ficus benjamina, una rosa e un piccolo Judas tree.
Da questo angolo le voci che mi arrivano non mi sono familiari, però sto lì a osservare il mondo intorno a me.
A cercare di decifrarne suoni, emozioni che non mi appartengono del tutto, ma che appartengono al mondo nel quale ho scelto di vivere".
"La vista sul giardinetto", ha ricordato Enza Iadevaia citando la scrittrice Francesca Rigotti, un'altra expat, mi informa in maniera muta, ma precisa e significativa, dei cambiamenti stagionali... "la casa sta sulla corda tesa dell'abisso dell'io migrante funambolo".
Nel mio caso, ha ripreso Iadevaia, la maniera non è affatto muta.
"Questa citta è una Napoli al cubo, chiassosa, non dorme mai. Anche se devo ammettere che il chiasso non è fastidioso, non ci sono le urla della città partenopea.
Qui non sento il vociare gridato, ma un chiasso di vita movimentata".
"L'America - ha chiarito - era movimento robotico. Istanbul è movimento lento.
Lento perché a ogni passo, sia se alzi la testa che se la tieni bassa, un dettaglio storico, un elemento sgraziato, un semplice colore ti fanno rallentare.
In America non percepivi nulla se non l'ansia del tempo.
Qui non hai tempo di pensare all'ansia".
La Turchia, ha sottolineato Enza Iadevaia, è come un amante passionale e cinico. Sa darti tutto ma sa anche toglierti tutto in un attimo. Mille contraddizioni che solo chi davvero la vive può comprenderne il senso.
Terra disgiunta tra modernità e rigoroso tradizionalismo.
Dove il Bosforo non è solo una lingua d'acqua che separa le sponde dell'Europa dall'Asia, ma è anche spazio di miti e leggende.
Nella mitologia greca, prende il nome di "guado della giovenca", "E come la bella Io amata da Zeus, che aveva dovuto attraversare il Bosforo (nella prima foto in basso con la sua foschia) per scappare, anche io (Enza Iadevaia) ho attraversato vari Bosfori, per cercare quel che altrove non sono riuscita a trovare.
Ma non si è mai soli... ha sospirato Iadevaia... E me lo ricorda Dante e anche Erich Auerbach che visse per undici anni a pochi passi da me, e dove di fronte al "guado della giovenca" pensò e scrisse nel 1946 la sua opera magna Mimesis.
Il realismo nella letteratura occidentale".
Come Dante e Auerbach, anche la bella Io e in modi diversi io Enza sannita, abbiamo provato "come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salir per l'altrui scale".
A questo punto Enza da Istanbul in una giornata baciata dal sole, punteggiata da sprazzi colorati e con la dolcezza del suo sorriso ci abbraccia tutti con affetto.

 

comunicato n.136093



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