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Benevento, 26-07-2020 09:14 ____
Per evitare gli elogi postumi intrisi di ipocrisia, ho disposto che all'ultima dimora debba essere accompagnato solo da chi mi vuole bene
Sei persone in tutto. Moglie, figlio, nuora e tre nipoti. Del resto, tranne scherzi imprevedibili della natura, dovrei essere io il primo ad incamminarmi per il viaggio senza ritorno. E qui compare la pratica del "taschino", racconta De Lorenzo
Nostro servizio
  

Nel corso di uno dei consueti incontri tra il nostro direttore e Peppino De Lorenzo, per un caffè, involontariamente, il discorso, uno dei tanti, è caduto sul "taschino".
Molti, è naturale che sia così, si chiederanno di cosa si tratti.
Nello specifico, è bene precisarlo, questa volta, non viene aperto un altro cassettino della memoria, bensì un cassettino futuro, vicino o lontano, non è dato sapere.
Una inversione di tendenza, quindi, ma che racchiude in sé un evento che, prima o poi, coinvolge tutti, indistintamente, alcuno escluso.
Quello, per precisione, del distacco dalla vita.
Il nostro direttore rimanendo, è ovvio, un po' stupito, ha pregato lo stesso De Lorenzo di descriverlo.
"Quando, con il direttore di "Gazzetta", di domenica mattina, sono seduto dinanzi al bar di piazza Santa Sofia, devo ammettere che, per tanti aspetti, mi sento, non so perché, il ragazzino di tanti anni fa, quel ragazzino che, da qualche parte, è ancora dentro di me, così come lo era, sempre seduto lì, cinquant'anni fa, con Giuseppe De Lucia, direttore di "Messaggio d'Oggi".
Facendo il medico, nel corso di tanti anni, ho visto molta gente soffrire, morire anche dopo atroci sofferenze.
Non si contano i funerali cui ho assistito e, ogni volta, una grande sofferenza, ripercorrendo le tappe, alcune brevi, altre lunghe, talune improvvise, che, in ultimo, hanno condotto alla morte. Parimenti è stato diverso, caso per caso, il modo con cui la sofferenza è stata affrontata.
In questo modo, ho avuto l'opportunità di raccogliere un bagaglio di esperienza davvero enorme.
E' stato così che ho deciso di lasciare, un giorno, la scena del mondo lontano dai riflettori.
Infatti, ho sempre giudicato ipocriti gli elogi postumi.
Non ho mai condiviso la consuetudine che, nel silenzio stagnante della morte, quando ogni accento è ormai sopito, s'intessi l'elogio dell'estinto e si magnificano le sue qualità che, in vita, volutamente, si tennero in oblio e che l'invidia rese insofferenti per molti.
E', appunto, l'ipocrisia che può spiegare impudente le ali perché sorretta dal suggello indelebile del sonno eterno.
Per occuparsi di una persona degna si deve attendere che muoia. Tutto il resto è dedicato alla nota attualità, ossia alla rinuncia della memoria.
E per evitare che gli elogi postumi, che si sprecherebbero in gran copia, possano, un giorno, interessarmi, per iscritto, ho disposto che rimane mio desiderio essere accompagnato all'ultima dimora, di buon mattino, solo dalle persone che, oggi, mi vogliono, veramente, bene.
Sei in tutto. Moglie, figlio, nuora e tre nipoti. 
Del resto, tranne scherzi imprevedibili della natura, per una legge di età, dovrei essere io il primo ad incamminarmi per il viaggio senza ritorno.
Agli altri evito il disturbo. Nessun annuncio funebre, neanche a tumulazione avvenuta.
Il mio posto è già pronto accanto ai miei genitori.
Lì, un giorno, che spero lontanissimo, gradirei che riposino, accanto a me, le stesse persone citate, con le quali, allo stato, inizia e finisce il mio mondo.
Giorni fa, leggevo uno scherzoso annuncio funebre che Paolo Borsellino dedicò a Giovanni Falcone, quando i due erano ancora in vita, prima di essere assassinati con la ferocia che tutti conosciamo.
Tra l'altro, Borsellino scrisse: "...oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c'è il più testa di minchia di tutti, il mio amico Giovanni Falcone, uno che aveva sognato niente di meno che sconfiggere la mafia applicando la legge...".
Sono sicuro che, dinanzi alla mia bara, qualcuno dei pochissimi veri amici che mi sono rimasti, direbbe: "...qui dentro, oggi, riposa, finalmente, quel testa di minchia che ha creduto di portare onestà e lealtà in politica credendo di liberare, una volta per sempre, la sanità dalla politica, appunto...".
Per abitudine, ho sempre programmato la mia vita. So benissimo che, prima o poi, arriverà il momento di andare via.
Molti,purtroppo, improntano l'esistenza come se quest'ultima non dovesse avere mai fine. Così non è.
Talvolta, anche se l'invidia, pur se mi riconosco una miriade di difetti, non faccia parte del mio essere, provo, sì, invidia, lo ammetto, segnatamente, per  taluni  politici, anche nostrani, che, malgrado con qualche anno più di me, continuano, imperterriti, a fare progetti a lungo termine.
Contrariamente, fors'anche sbagliando, io mi accorgo, giorno dopo giorno, che la mia avventura terrena si accorci.
Mi ritengo, comunque, fortunato in quanto dalla vita ho ricevuto molto di più di quanto mi aspettassi.
Per questo, trovo terribile che tutto quanto si è avuto, si è amato, si è goduto scompaia nel buco nero della morte.
Ho solo sbagliato, e di grosso, quando Umberto Del Basso De Caro ed il mio fraterno amico Annio Majatico mi convinsero ad entrare in politica ove, lo ammetto, ho, scioccamente, preteso, oggi ne prendo atto, di essere un don Chisciotte fuori dal mondo, senza cinismo, né peli sulla lingua.
Ho, quindi, dato disposizioni ad Antonio, fedele collaboratore di una nota ditta di onoranze funebri locale (foto), di assecondare il mio desiderio. E, qui, entra in scena il "taschino".
Infatti, quando lui mi assicurò che, un giorno, tutto si svolgerà nel più assoluto silenzio, in ospedale, una mattina, Antonio venne in reparto per farmi stilare un certificato di morte e, quindi, alla presenza di medici ed infermieri, affermò: "Dottore, tutto sarà fatto. Ho avvertito anche i miei figli qualora dovessi morire prima io. C'è solo un problema da chiarire".
Gli replicai: "Quale?".
Antonio aggiunse: "Quello del taschino".
Notando che io ed i presenti non capivamo, lui, da subito, divenne più esplicito: "Taluni servizi, che definiamo particolari, richiedono un supplemento di tariffa.
Di solito, in silenzio, i familiari del defunto pongono una piccola busta nel taschino dell'addetto al servizio. La somma è a volontà".
Gli risposi di non preoccuparsi.
Pochi giorni fa, Antonio è venuto allo studio e non potendo entrare da me per la presenza di pazienti, rivolgendosi alla segretaria ha detto: "Dite al dottore che la crisi economica incalza e, quindi, il contenuto della busta da porre nel taschino dovrà essere adeguato all'inflazione".
La mia collaboratrice lo ha rassicurato: "Il figlio del dottore saprà adeguarsi ai tempi. Non preoccupatevi".

comunicato n.133460



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