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Benevento, 17-05-2020 09:09 ____
Peppino, piccolo mio, sono Salvatore, quello che tu chiamavi " 'u lattariello". Era il lattaio che si annunciava col suono di una trombetta
Don Alfredo Rizzo, aiutato dalla moglie, gestiva invece la sua salumeria di fronte all'Ospedale Fatebenefratelli. Un giorno di sessant'anni fa consegno' a mio padre una confezione particolare di liquore Strega che ancora conservo, ricorda De Lorenzo
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Peppino De Lorenzo ricorda altri due personaggi che appartengono alla storia cittadina, il lattaio ed il salumiere.
Figure, queste ultime, che, come altre, praticamente non esistono più.
"Oggi, siamo tutti abituati ad acquistare i prodotti alimentari servendoci dei tanti supermercati che, anche da noi, con il trascorrere del tempo, si sono diffusi a macchia d'olio.
E' qui che, con il carrello, impensabile negli anni addietro, attraversando i corridoi ove è esposta la merce sugli scaffali, si fa rifornimento di quanto necessario nella quotidianità, talvolta, cadendo, senza volerlo, anche nell'abbondanza e nel superfluo.
Prima, la massaia era parsimoniosa ed ogni compera si faceva con incarnata avvedutezza, evitando l'inutile.
E' il frutto dei tempi, si dirà. Verissimo. In tutta sincerità, però, il calore umano che, in passato, sprigionavano due figure simbolo, quali il lattaio ed il salumiere rionale, di sicuro, erano preferibili all'assordante silenzio degli addetti alle casse dei supermercati odierno che, spesso, senza neanche alzare lo sguardo, presi dalla vita frenetica, al pari di componenti di una catena  di montaggio, consegnano lo scontrino, incassano i soldi e via.
Il lattaio, di cui ho un nitido ricordo, arrivava. puntualmente allo stesso orario, con una motoretta che trascinava un vano ove erano adagiati i bidoncini del latte.
Accanto a questi, i contenitori di varia capienza, due litri il più grande, un litro il medio, mezzo litro il più piccolo.
All'arrivo, innanzi al portone dei palazzi Incis, in via Vittorio Veneto, faceva uso di una trombetta per richiamare l'attenzione delle massaie, invitandole così a scendere.
In quel tempo, siamo agli inizi degli anni Sessanta, un litro di latte costava 15 lire, prezzo che lievitò a 45, con il trascorrere del tempo.
Il suo arrivo costituiva una vera e propria cerimonia.
Il latte, poi, veniva bollito e, ancora oggi, mi sembra di avvertire il singolare profumo che quella bollitura emanava per tutta la casa.
Guai a non accorgersi del momento in cui era necessario spegnere il fuoco in quanto la distrazione, inevitabilmente, portava ad una quantità di latte che andava perso, oltre il fornello che si sporcava tutto.
Il lattaio, originario della Sicilia, era di bassa statura e molto cortese nei modi.
Salvatore Cammarata, il suo nome. Era giunto qui da noi, dopo aver conosciuto la ragazza che, poi, sposò, Carolina Repola.
Dopo tanti anni, quando già la figura del lattaio era scomparsa ed il prodotto incominciava ad essere distribuito nelle iniziali buste sigillate (prima foto in basso a sinistra), un giorno vidi arrivare nel mio studio un ometto con la moglie che era, appunto, la sua Carolina.
Inizialmente, non lo riconobbi. Fu lui a dirmi: "Dottore, sapete  chi sono?". Ed io, molto candidamente: "Non saprei".
Lui, senza indugiare oltre: "Peppino, piccolo mio, sono Salvatore, quello che tu chiamavi " 'u  lattariello".
Fu bellissimo ritrovarci. Io e mia moglie lo seguimmo per anni sino a quando, d'improvviso, si ammalò di cancro.
Morì dopo tante sofferenze, in un appartamento nei pressi della Basilica della Madonna delle Grazie. Per sua volontà, fu trasportato e seppellito in Sicilia, nel suo paese natale.
Carolina, che a quanto mi è dato sapere, è ancora vivente, si trasferì anche lei lì. Spesso, sino a qualche anno fa, quando, in estate, tornava a Benevento, mi veniva a trovare. Aveva una fissazione.
Non riusciva a vivere senza avere una scorta di compresse di Optalidon (seconda foto in basso a destra) che, a suo dire, era l'unico farmaco che riusciva a placare le sue indomabili crisi di emicrania. Un abuso che non fui capace di riuscire a farle mitigare.
Oltre al lattaio, un altro personaggio simbolo era quello del salumiere rionale. Il nostro aveva il suo esercizio in un locale di fronte all'Ospedale Fatebenefratelli.
Don Alfredo Rizzo, quotidianamente, era aiutato dalla moglie.
Un fratello, anche lui titolare di una salumeria, gestiva il suo negozio in un vano accanto alla  Basilica di S. Bartolomeo, al corso Garibaldi.
Don Alfredo mi voleva un mondo di bene e, ogni volta, mi regalava un pezzo di cioccolata al latte, di forma triangolare, d'uso in quell'epoca.
La salumeria conosceva la logistica di un tempo. Gli articoli erano pochi e solo quelli di prima necessità, per i bisogni quotidiani della famiglia. Ricordo tanti sacchi che contenevano ceci, fagioli e frutta secca.
Una cosa mi è rimasta in mente, più delle altre.
La vendita della pasta sfusa che, dopo averla presa da capienti ceste e pesata, don Alfredo poneva in un pezzo di carta lucida, di colore blu.
Confezionamenti del genere, tra l'altro, molto dimentichi dell'igiene, oggi, sarebbero impensabili ed improponibili.
Con mio padre aveva intessuto un bel rapporto  e ricordo che, quando si forniva di amari non comuni, gli conservava, gelosamente, una bottiglia.
Nel locale, alle pareti tante raffigurazioni in metallo del liquore "Strega" (terza e quarta foto in basso).
Un giorno, mi consegnò, era di Natale, una cassettina verde, contenente, appunto, due bottiglie di liquore "Strega" (foto di apertura). Per l'epoca era una confezione davvero particolare.
Mio padre l'ha sempre conservata. Ed io, oggi, ho continuato a custodirla, gelosamente, malgrado il contenuto, dopo sessant'anni, sia in buona parte evaporato.
Ricordi dolcissimi e non affatto dimenticabili.
A Salvatore, il lattaio, e a don Alfredo, il salumiere, il mio pensiero affettuoso, con perenne gratitudine per aver reso gioiosa, con la loro presenza, la mia fanciullezza".

 

                                 

comunicato n.131820



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