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Benevento, 10-05-2020 09:04 ____
"Il Secolo Nuovo" di don Ciccio Romano ogni quindici giorni compariva in edicola e rappresentava uno dei pochi punti di osservazione cittadina
Negli anni Cinquanta partecipavo da piccolo, con mio padre, alle riunioni di redazione ma era mal tollerata la mia indomabile irrequietezza. Fu il punto di rinascita del giornalismo sannita nel Dopoguerra, ricorda Peppino De Lorenzo
Nostro servizio
  

Questa settimana, restando nel mondo della carta stampata, Peppino De Lorenzo si sofferma su alcuni tentativi, esperiti nel tempo, onde fare in modo che la nostra città avesse un giornale di carattere squisitamente locale.
Ciò che segue è quanto lui ricorda.
"Conclusosi il secondo conflitto mondiale, i tentativi esperiti da più parti, negli anni Cinquanta, per la precisione, al fine che il Sannio e Benevento potessero avere un giornale onde poter trattare le varie problematiche, segnatamente, nel difficile periodo della ripresa, furono tanti.
Tutti, però, tranne "Messaggio d'oggi", malgrado la volontà e l'impegno posti in campo, ebbero una breve vita. Complici le spese da sostenere e le difficoltà, espressioni, queste ultime, del tempo particolare che si viveva.
In questa occasione, è mio desiderio ricordare la fondazione de "Il Secolo Nuovo", ideato e voluto da Francesco Romano (nella foto di apertura), per tutti "Ciccio", e "Buon Sangue", giornale satirico, fondato da Edgardo De Rimini ed Alberto Silvestri, cui, in un secondo momento, si associò Tonino Orlando.
"Il Secolo Nuovo" (nella prima foto in basso a sinistra), con redazione in piazza Roma, divenne un quindicinale sul quale affrontare le problematiche del tempo, in una città, come Benevento, che doveva rinascere, dopo la conclusione della guerra.
Ideatore fu Francesco Romano, noto avvocato, più volte, in seguito, consigliere comunale, uomo dalla profonda cultura, vero comunista.
Vi collaborarono i professionisti dell'epoca.
Nel corso degli anni in cui "Il Secolo Nuovo", puntualmente ogni quindici giorni, compariva in edicola, rappresentava uno dei pochi punti di osservazione cittadina.
Le edicole, allora, erano poche e distribuite nei punti nevralgici della città, considerando, tra l'altro, che molti rioni non esistevano.
Al corso Garibaldi, c'era quella delle sorelle Podio, nei pressi del Duomo, Varrella, ed al rione Ferrovia, Romano.
La redazione de "Il Secolo Nuovo" associò la stampa del periodico a quella di apprezzate pubblicazioni.
Anche mio padre che, con Ciccio Romano, ne faceva parte, pubblicò un interessante lavoro dal titolo "Opera scientifica ed umana di Albert Einstein" (nella seconda foto in basso a destra).
Ricordo che, qualche volta, andavo anch'io, ero piccolo, alle riunioni serali che si tenevano per concordare la linea editoriale da seguire e don Ciccio, che mi riceveva sempre con affetto, ad un tratto, ogni volta, incominciava a manifestare mal celata intolleranza, di fronte alla mia indomabile irrequietezza.
Insieme, divenuto io medico e lui avanti negli anni, ricordava, nostalgicamente, gli incontri di allora, quando lo andavo a trovare non celando, anche nel corso di pubblici interventi, la venerazione verso la memoria di mio padre.
Era sempre per me fonte di letizia conversare ed intrattenermi con lui, sino alla morte.
Nel 1952, fu pubblicato, impresa davvero ardua per quel tempo, un interessante "Almanacco di Benevento" (nella terza foto in basso a sinistra), in cui venne trattata la "vita di un anno in una città del mezzogiorno".
Collaborarono i migliori professionisti dell'epoca: Togo Bozzi, Edgardo De Rimini, Clemente di Cerbo, Lucio Facchiano, Francesco Fallarino, Andrea Ferrannini, Mario Ferrante, Pina Luongo, Domenico Petroccia, Michele Portoghese, Francesco Raffio, Angelo Renna, Dante Ruscello, Antonio Schipani, Alberto Silvestri, Arnaldo Tretola, Luigi Vessichelli.
Le rappresentazioni grafiche furono curate da: Rino Aversano, Federico Manna, Tonino Orlando, Ottavio Sarno.
Nel 1956, fece seguito un altro interessante lavoro, "Almanacco del Sannio".
"Il Secolo Nuovo", quale periodico e per le pubblicazioni cui dette vita, ancora oggi, rappresenta un punto d'inizio del giornalismo sannita ed una rivisitazione storica, attenta e precisa, sarebbe oltremodo opportuna.
E' dello stesso periodo la nascita, qui da noi, di "Buon Sangue" (nella quarta foto in basso a destra), giornale satirico che vide la luce nel periodo in cui, qui a Benevento, imperversavano il mercato nero, lo sfruttamento della prostituzione ed i risvolti negativi della guerra, da poco terminata.
Qualche settimana fa, ricordando Tito Margherini, nobile figura del giornalismo sannita, spentosi nel 1976, a 45 anni, mi sono, volutamente, soffermato a quando, questi, quattordicenne, si presentò presso la redazione di "Buon Sangue", guidata, come detto, da Edgardo De Rimini, Alberto Silvestri e Tonino Orlando, chiedendo di collaborare.
Ed è proprio Tito Margherini, nel suo libro dedicato alla storia della stampa locale nel ventennio successivo alla caduta del fascismo, a descrivere l'esordio di "Buon Sangue".
"Dalle disgrazie del periodo post-bellico, si legge, e dai fatti della vita quotidiana il periodico prendeva spunto per le sue satire, per i suoi pungenti attacchi, proponendosi di contribuire alla moralizzazione della vita pubblica e privata, accentuando in chiave umoristica e satirica i vari aspetti del malcostume imperante, in modo da richiamare ad un maggior senso di responsabilità, non solo gli uomini politici, gli amministratori della cosa pubblica, i responsabili delle organizzazioni parapartitiche, ma anche l'intera popolazione.
Con l'arma, difficilissima ad usarsi con profitto, dell'umorismo, insomma, i tre giornalisti beneventani cercarono di invogliare la società locale dell'epoca a superare la delicata fase del dopoguerra, contribuendo così all'opera di ricostruzione morale e materiale della città.
"Buon Sangue", scrive sempre Margherini, non ebbe vita lunga, costretto e condizionato sempre più dalla galoppante inflazione di quegli anni difficili per tutti.
Il periodico che si componeva di 16 pagine, con formato 32x21 , si stampava alla Tipografia delle Forche Caudine, su un tipo di carta di pessima qualità, scelta obbligata e dovuta alla grave crisi delle cartiere italiane a causa della guerra.
La carta ai giornali, infatti, era razionata e veniva assegnata a cura dell'Amministrazione Militare Alleata direttamente alle aziende tipografiche interessate a stampare i giornali, sia quotidiani che periodici.
Non c'era possibilità di scelta e bisognava rassegnarsi. Non era, comunque, un problema.
Il vero problema, invece, era un altro e ben più determinante, come lo fu, appunto, per "Buon Sangue". Il prezzo della carta destinata ai giornali era, infatti, costantemente, in ascesa a causa dell'imperante inflazione post-bellica e ciò faceva rizzare i capelli anche a chi capelli non ne aveva. Né era possibile colmare i vuoti finanziari con la pubblicità che, all'epoca, si ricercava con il lanternino e con certosina e diplomatica pazienza. C'era poco da reclamizzare!
"Buon Sangue", infatti, venne messo in vendita a lire 30 per numero, prezzo ritenuto congruo rispetto al costo di produzione del giornale.
Dopo qualche mese, per effetto dell'inflazione, il costo vivo del giornale cominciò ad impennarsi fino al punto che, dopo sei mesi, ogni numero posto in vendita costava dieci lire in più di quello preventivato all'inizio.
Una situazione, come può facilmente rilevarsi, che non poteva essere sostenuta in toto dai tre eroici sostenitori dell'iniziativa che, conseguentemente ed anche dolorosamente, si videro costretti a chiudere "Buon Sangue"... con il sangue amareggiato.
Correva l'anno 1946 del mese di aprile".

 

 

comunicato n.131641



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