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Benevento, 19-03-2020 12:12 ____
Prima o poi ritorneremo a camminare per la citta', a prendere un caffe' al bar, ritorneremo in pizzeria e dal barbiere...
Come in ogni calamita', in ogni guerra, prima ancora di giungere al termine, si accenderanno le attese, le speranze. Ma quando saremo fuori dal tunnel cominceremo a pensare soprattutto a come costruire il nuovo
di Roberto Costanzo
  

Non siamo ancora in fondo al tunnel. Quest'epidemia del coronavirus, per ora, non si ferma.
Ma si fermerà.
Prima o poi ritorneremo a camminare per la città, a prendere un caffè al bar, ritorneremo in pizzeria e dal barbiere.
Almeno in queste abitudini personali tutto ritornerà come prima.
Come in ogni calamità, in ogni guerra, prima ancora di giungere al termine, si accenderanno le attese, le speranze ed i propositi per il dopo.
Ma quando saremo fuori dal tunnel cominceremo  a pensare a come ricostruire il vecchio ma soprattutto a come costruire il nuovo.
Il futuro non potrà essere la copia restaurata del passato, soprattutto per quanto attiene al sistema economico e finanziario, all'anonima globalizzazione, ai diritti del sistema sanitario.
E' bastato un virus per far saltare tutto: I servizi pubblici, il sistema dei trasporti, le borse finanziarie, i mercati, i sistemi industriali e commerciali. Si è fermato tutto e dovunque.
Soltanto una guerra nucleare avrebbe potuto creare situazioni così devastanti e incontenibili, quanto imprevedibili.
Ma quando finirà l'emergenza forse dovremo ripensare il ruolo ed il rapporto del fattore umano nell'economia: La robotica è un'alternativa o un sostegno al lavoro umano? I mercati debbono dipendere soltanto dalla finanza?
Gli stabilimenti industriali possono senza freni emigrare verso i Paesi con basso costo della manodopera?
I centri commerciali debbono servire solo a far sparire i negozi e le botteghe di quartiere?
Dobbiamo sperare che tengano conto di tutte queste criticità e contraddizioni i governanti nazionali e le istituzioni sovranazionali, come l'Unione Europea, quando parlano di massicci interventi finanziari, Piano Marshall, eurobond, spese statali senza limiti, eccetera.
Ma sarà solo una questione di soldi, di quantità di finanziamenti o di qualità di progetti?
Qualcuno potrebbe, a ragione, far notare che stiamo ancora contando le persone decedute, i posti letto mancanti, le mascherine, i tamponi; le persone che fuggono dal nord verso il sud (chi l'avrebbe mai detto...) siamo ancora prigionieri dell'emergenza e delle paure, pertanto è prematuro pensare al dopo.
La replica non può essere che questa: Un popolo che vive, anche quando soffre, non può fermarsi a fronteggiare l'emergenza di oggi senza cercare la strada di domani.
I nostri padri non si fermarono all'8 settembre del '43, né al mese di maggio del '45, quando finì la guerra; già da allora cominciarono a pensare a quello che sarebbe potuto accadere il 2 giugno del '46 e negli anni successivi.
Pensavano a come costruire il nuovo e non solo a come ricostruire il vecchio.
Però tutto ciò che è stato fatto successivamente alla fine della guerra e di altre calamità, di solito, non è stato privo di errori e di abusi; ci basti rileggere la storia del post-terremoto dell'Irpinia di quarant'anni fa.
Vi fu un'apprezzabile gestione dell'emergenza, con l'egregio lavoro di Zamberletti: L'assistenza alle famiglie, le prime riparazioni ai fabbricati e alle opere pubbliche. Successivamente si tentò, con un'illusoria trasformazione in senso industriale, di cambiare volto e natura a un territorio che aveva ben altre vocazioni.
Chi mai farà i conti di tutti quegli sprechi di soldi e di cemento armato in Alta Irpinia.
Oggi sarebbe il caso di leggere la lezione del post-terremoto irpino per non sbagliare misure ed obiettivi nella progettazione degli interventi del post-coronavirus.

                                              

comunicato n.130071



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