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Benevento, 15-03-2020 09:08 ____
Mi mancano i miei nipoti le loro carezze, i nostri giochi, le lotte, il venerdi' e sabato sera, con i cuscini, sul lettone
Non posso frequentarli essendo a contatto con tanti pazienti che, presi dalla giustificata paura per il coronavirus, chiedono aiuto per le loro paure, consigli, ansia per i figli lontani, ragazzi che abbiamo visto nascere e costretti ad andare via
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Questa domenica, il nostro Peppino De Lorenzo non apre, come di consueto, un altro cassettino della memoria, ma trae lo spunto dalla triste realtà del coronavirus per soffermarsi sulla professione del medico.
"Fare il medico è una scelta di vita, a volte non facile, che impegna a servire gli altri uomini, a porsi, in definitiva, a disposizione del prossimo.
La realtà del coronavirus (stringe il cuore questa sequenza fotografica realizzata ieri sera poco dopo le 18.00. Il corso Garibaldi, in apertura, è deserto e così via Perasso, viale Mellusi e viale degli Atlantici), ha fatto emergere la dedizione umana di tanti sanitari, che prestano la loro quotidiana opera negli ospedali distribuiti su tutto il territorio nazionale, quella umanità, tante volte, purtroppo, non riconosciuta a sufficienza.
E' proprio vero che, però, anche nei momenti bui, la vita, spesso, tanto spesso, induce a riflettere, porta a valutare quanto di buono l'esistenza, comunque, offre.
Valutazioni che, in tempi normali, non si fanno, presi un po' tutti, chi più, chi meno, dalla vita frenetica di ogni giorno.
E' stato così che, mentre il coronavirus ha diffuso, ed a ragione, il panico in tutti noi, poche sere fa, senza volerlo, sono stato indotto a riflettere, solo con me stesso.
Dietro la scrivania dello studio di casa, osservavo, di fronte, l'ingresso del supermercato Carrefour, ove tanta gente attendeva il suo turno per rifornirsi di alimenti di prima necessità, nel timore, con il diffondersi del coronavirus, di non avere in casa cibi a sufficienza.
Una fila lunghissima che Mastella, ed a ragione, ha definito "terribile", che, personalmente, aggiungerei, "ridicola".
Siamo arrivati alle 23.00, mentre io aspettavo che mia moglie facesse ritorno a casa. Era rimasta, coadiuvata da due infermieri dell'Asl, accanto ad una paziente che, dopo sofferenze indescrivibili, per un male che l'aveva colpita nel pieno della maturità, lottava le sue ultime ore contro la morte.
Una donna indimenticabile, per la squisitezza del tratto e l'innata bontà, che, sino a quando aveva avuto la forza di farlo, mi preparava dolci di una raffinatezza senza eguali.
Nell'attesa, ho riflettuto sulla vita del medico. Nei giorni addietro, in una sola settimana, nello studio, avevo osservato mia moglie stilare ben quattro certificati di morte e, di lì, a poche ore, ci sarebbe stato il quinto.
Patologie diverse, l'una dall'altra, mentre imperversava il coronavirus.
In quelle ore di attesa, appunto, l'altra notte, d'improvviso, è ritornato alla mia mente un episodio, divertente da un lato, ma significativo dall'altro, verificatosi tempo fa.
Giunse, un giorno, nel mio studio, uno specialista, non me ne voglia il collega al quale, e lui lo sa bene, sono tanto legato - per chiedermi ragguagli sulla terapia che avevo indicato per la sua mamma, quasi novantenne.
Nell'entrare, si bloccò, incredulo, sull'uscio della porta. Ho rivisto il suo sguardo smarrito, nel vedermi dietro la scrivania, seduto accanto a mia moglie.
"Peppino, timidamente mi disse, ma tu così vivi?". Ed io, dinanzi al suo stupore che era quasi motivo di commiserazione nei miei riguardi, da subito, replicai: "Sì, è questa una postazione che, puntualmente ogni pomeriggio, assumo da quarant'anni.
Credimi, non ti stupire, è stata un'avventura meravigliosa, iniziata tra le mura del Rummo".
Quella scena, l'altra sera, prepotentemente, è ritornata alla mia mente.
Quando, dopo le 23.00, sfinita, mia moglie è rientrata, le ho detto che, in fondo, nulla sia più edificante che cercare di alleviare la quotidiana sofferenza umana.
E' stato in quel momento, nei giorni convulsi attraversati, che, ritornando allo stupore del collega, ho pensato al giorno in cui uno dei due dovrà andarsene per primo. E' questa un'idea insopportabile.
Sino a qualche anno fa, ero distratto da tante cose: dalla carriera, dagli amici, un tempo dalla politica, insomma, da cento interessi.
Con il trascorrere del tempo, l'ansia della carriera si è placata, molti amici sono morti o perduti, la politica è un ricordo lontano, tante curiosità si sono spente.
Mio figlio, ed è naturale che così fosse, ha creato una sua famiglia. I nipoti mi inondano di affetto a gran copia.
Oggi, tanta tristezza per doverli tenere lontani in quanto, a contatto con molti pazienti, in questo momento, causa coronavirus, non li possiamo incontrare.
Mi mancano le loro carezze, i nostri giochi, le lotte, il venerdì e sabato sera, con i cuscini, sul lettone. 
Trascorro, con serenità, le ore dietro quella scrivania. Non ci sono più permalosità, stupidi puntigli, gelosia, contenuta sempre con intelligenza, per qualche mia scappatella. 
E così, in questi giorni, i pazienti, presi dalla giustificata paura per il coronavirus, hanno chiesto aiuto per le loro paure, consigli, ansia per i  figli lontani, ragazzi che abbiamo visto nascere e costretti ad andare via per mancanza di lavoro.
Tranne qualche eccezione che conferma la regola, la stragrande maggioranza, qui da noi, si è comportata bene. L'imbecille, è ovvio, non manca mai.
Presi dal desiderio di offrire risposte rassicuranti, ad un tratto, non ci siamo sentiti alla soglia della vecchiaia, non ci siamo più accorti dei capelli bianchi, nel mio caso si fa per dire, nè delle rughe e dei nostri corpi in declino.
Per offrire aiuto, è come se avessimo vent'anni in eterno, o cento, o mille.
Il coronavirus, nella spaventosa realtà che ha coinvolto tutti noi, ci ha fatto, è questa la stranezza della vita, sentire medici come non mai, con una dedizione assoluta. Allo stato puro".

Le foto sono di "Gazzetta di Benevento". Riproduzione vietata.

 

                                                   

comunicato n.129940



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