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Benevento, 13-02-2020 19:34 ____
Il delicato tema delle intercettazioni, fatte con i trojan che entrano silenziosi nei nostri cellulari, lo ha proposto Antonella Marandola
La docente di Diritto Processuale Penale di Giurisprudenza Unisannio ha chiamato a raccolta importanti giuristi per discuterne alla luce anche della riforma. Il captatore informatico pero' costa molto e spesso non funziona: Due buone notizie...
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Ancora una volta, il corso di laurea in Giurisprudenza dell'Università degli Studi del Sannio, grazie alla passione, alla professionalità ed alla riconosciutra competenza di Antonella Marandola, docente di Diritto Processuale Penale, ha proposto alla nutrita platea di avvocati e studenti, un tema di grandissima attualità che entra di prepotenza nel nostro vivere quotidiano:
Le intercettazioni, che una volta erano praticate con i mezzi tradizionali dell'epoca, le "cimici" ambientali e l'ascolto in cuffia, con l'ausilio del magnetofono che registrava, intercettazioni delle telefonate intercorrenti tra persone sui numeri fissi, quelli di casa, dello studio, della fabbrica, del ministero.
Oggi quel mondo non c'è più e le intercettazioni avvengono grazie ai cosiddetti trojan, un tipo di malware, un aggeggio malevole, che viene inoculato nel dispositivo del nostro telefono per ascoltare utti e con la facoltà di usare addirittura la telecamera incorporata nel cellulare e quindi filmare e trasmettere tutto a chi è collegato.
Due notizie, in sintesi, di cui tenere conto e che in teoria possono far dormire sonni più tranquilli anche a chi non ha nulla da temere dalla giustizia ma che potrebbe finire "intercettato": il cosiddetto captatore informatico non  costa poco e le Procure non sono fornite di risorse finanziarie importanti; non sempre funziona, anzi quasi mai e quindi anche le intercettazioni ne risultano essere molto limitate.
Ad aprire i lavori del Convegno di studi sul tema: "La controriforma delle intercettazioni" è stata, appunto, Antonella Marandola, che lo ha moderato, la quale ha esordito sottolineando l'importanza del tema delle intercettazioni.
Ha, quindi, voluto dedicare questi lavori alla memoria di Vittorio Bachelet, professore di Diritto all'Università degli Studi "La Sapienza" (in precedenza era stato docente all'Università di Trieste, città della formazione universitaria di Antonella Marandola), vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, trucidato 40 anni fa dalle Brigate Rosse.
Molti i tentativi di normare questo strumento utile agli inquirenti ma con riforme che sono state sempre infruttuose rispetto agli obiettivi preposti.
Il primo a portare i saluti istituzionali è stato il prefetto Francesco Cappetta il quale ha sottolineato la estrema attualità del convegno.
La complessità del tema mi inducono ad una constatazione che è quella del succedersi, sull'argomento, tante norme in così poco tempo. Si intercettano conversazioni anche al di fuori dell'oggetto penale o di persone estranee, intercettate assieme all'indagato.
Si tratta di situazioni molto delicate che richiedono però un intervento normativo preciso.
Il procuratore della Repubblica, Aldo Policastro, ha confermato la delicatezza del tema che merita di essere affrontato e valutato nel rapporto tra tecnologia e processo, una questione questa che si pone a monte delle intercettazioni. La necessità di garantire il controllo democratico su questa tecnologia è fuori di dubbi e forse saranno i prossimi decreti attuativi a dover affrontare il tutto in maniera pregnante.
Domenico Russo, presidente della Camera Penale, ha innanzitutto dato merito a Marandola di toccare sempre argomenti di grande interesse.
Questo di cui si parla entra nella vita dei cittadini.
Come avvocati penalisti ci siamo fatti sentire riguardo gli sbilanciamenti dei diritti della difesa e siamo rimasti soddisfatti del pronunciamento della Corte Costituzionale sulla cosiddetta legge "spazzacorrotti", che ha acclarato i principi base che spesso sono sotto attacco di una politica figlia del populismo e del giustizialismo, come la vicenda della prescrizione, appunto.
Bisogna far sentire la propria voce verso questa politica non sempre competente che spinge verso il buio del populismo giudiziario
Ed allora cerchiamo di squarciare questo buio.
Russo a margine del suo intervento ha anche detto che questo di cui si discute è uno strumento di una violenza inaudita e che l'intercettato, in pratica, diventa un untore portando il suo "male", rappresentato dalla intercettazione di cui è oggetto, ovunque vada.
Alberto Mazzeo, presidente dell'Ordine degli Avvocati, si è posto l'interrogativo del perché e del per come vi sia sempre bisogno di riforme che, spesso, peraltro, mortificano tutti gli operatori del settore della giustizia mutandone il senso vero e l'obiettivo della giustizia che mira a dare risposte ai cittadini. Con le nuove norme viene addirittura esentata la Stampa da responsabilità nell'utilizzare queste intercettazioni.
A questo punto Marandola ha introdotto il primo dei relatori, Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica di Napoli, dal quale si aspetta un intervento sulle difficoltà informatiche di queste pratiche, difficoltà che sono il vero nodo gordiano di tutte le riforme.
Melillo nel prendere la parola ha sottolineato l'importanza e la necessità della riforma non solo per l'equilibrio tra riservatezza ed efficacia investigativa, ma proprio per il rapporto tra tecnologi e giustizia.
Si tenga però conto, ha detto Melillo, che di tutto il captato con le intercettazioni solo l'1% o anche meno (si va dallo 0,5 allo 0,9%) viene  utilizzato. Diviene però pubblico anche il restante 99% anche se non ha nessuna ragione di esserlo se non rispondendo alla necessità di un mercato dei dati.
Relativamente ai consulenti, a coloro cioè "producono" le intercettazioni, il Garante ha detto che una volta concluse le indagini bisogna distruggere tutto il raccolto. Nel tempo la situazione si è aggravata con il passaggio al digitale.
Oggi giunge una quantità enorme di dati che non riesce ad essere governata saggiamente da tutto l'apparato giudiziario. Peraltro, i magistrati sanno ben poco delle tecnologie che sono ancora ampiamente in mani private.
Certo, bisogna dire che con il Decreto 161 del 30 dicembre 2019, una tappa del Decreto Orlando del 2017, si è fatto un passo in avanti.
Sono comunque questi dei processi non semplici e le resistenze sono basate anche su logiche di profitto.
Il pubblico ministero (pm) è chiamato ad un ruolo di garanzia, garante della prudente selezione dei dati che devono poi essere usati.
Già nella fase delle indagini preliinari il pm è tenuto a garantire i diritti dell'indagato. Non può essere tutto affidato, infatti, alla generosità ed alla dedizione della polizia giudiziaria (pg).
A prendere la parola è stato a questo punto Luigi Giordano, consigliere della Suprema Corte di Cassazione, massimario (in predicato per la nomina a procuratore generale della Repubblica) che ha avuto come traccia da seguire la sentenza Cavallo che riguardava i limiti di utilizzo delle intercettazioni in procedimenti diversi da quelli per i quali erano state disposte.
Ci sono fatti, reati, storicamente diversi con il necessario legame che sia oggettivo, probaborio e finalistico all'interno dello stesso procedimento.
Qualsiasi sia il legame tra i reati se sono emersi nel medesimo fascicolo, sono utilizzabili anche quando non c'è alcuna forma di collegamento.
Basta una unità iniziale?
La Corte di Cassazione ha sottolineato il legame forte tra i fatti reato.
La Corte dice di verificare che le intercettazioni sarebbero state autorizzate anche per altro reato. Questa sentenza imporrà un diverso modo di come interfacciarsi con questa problematica ed il pm dovrà stare costantemente sul pezzo.
Antonella Marandola ha sottolineato come ci sia stato l'allargamento anche ai reatri contro la Pubblica Amministraziopne con l'uso dei trojan.
A tale riguardo, ha proseguito Marandola, si è formato un secondo o un terzo binario di penalità cui accedono i reati contro la Pubblica Amministrazione, appunto.
Luca Della Ragione, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli, ha sottolineato l'importanza del tema sul captatore informatrico, uno strumento investigativo per individuare fatti che altrimenti non potrebbero essere individuati.
Un malware, un malevole, che viene inoculato in un aggeggio elettronico per utilizzare anche la videocamera che ha al suo interno.
La sentenza Scurato crea una situazione di compromesso. Estendere il captatore anche ai reati comuni purché vi siano le garanzie rafforzate.
All'inizio, c'erano limiti per i delitti contro la pubblica amministrazione ora c'è una tendenza ad unificare il tutto anche con i delitti della criminalità organizzata e questo non può che essere preoccupante.
Francesco Sansobrino, sostituto procuratore della Repubblica di Benevento, ha detto che come in un gioco, ha sostituito alla parola tecnologia sui vari aspetti trattati, il captatore informatico.
La normativa dovrà innanzituttio sottrarre terreno ai privati. Il pm torna ad essere protagonista  mentre sembra che invece sul materiale captativo protagonista sia la polizia giudiziaria.
Riguardo l'invasività essa è in parte scongiurata dai limiti precisi fissati anche per i reati comuni.
Certamente saranno interessate le Sezioni Unite della Cassazione.
Ad inserirsi a questo punto è stato nuovamente Luigi Giordano che ha sottolineato come il captatore informatico costi molto e non necessariamente funziona mentre si deve entrare anche in ambienti chiusi dove peraltro non vogliono che entri e che si difendono da questa intromissione.
La verità è che io penso che ci sarà tra non molto un ritorno al passato, ai metodi tradizionali. Bisogna però rendersi conto che questi sono strumenti oggettivamente necessari.
E tuttavia la via maestra per dirimere le questioni resta sempre il ricorso alla Corte Costituzionale.
Valerio Spigarelli, avvocato e già presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, è stato l'ultimo dei relatori previsti dal programma.
Egli ha sottolineato come si tratti di una materia su cui la giurisprudenza è andata con i piedi di piombo per non spuntare le unghie a chi si occupa delle indagini.
Spigarelli nel suo intervento ha tenuto sempre presente la sentenza del 1973 della Corte Costituzionale, la cosiddetta sentenza "mamma".
E di cosa si parla se non di una confessione estorta?
Oggi sarebbe culturalmente stravagante porre ad un giudice questa riserva. Quello che si può permettere o no e, si badi, che questo non è un limite ma un valore costituzionale.
Comunque sia è questa una sentenza totalmente disapplicata.
Spigarelli, portando ad esempio il processo detto "Mafia Capitale", ha detto che ci sono stati addirittura quattro anni di intercettazioni prima di arrivare ad ipotizzare reati di mafia.
Ci procedimenti che sono stati sotto intercettazione per tempi addirittura ancora più lungi.
Tutto questo per la Corte Costituzionale del 1973 evidentemente era un problema, oggi non più.
In pratica il tema delle intercettazioni è stato accantonato.
Sembra essere oramai in presenza di una pesca a strascico, dove si porta a riva di tutto, e questa è la cosiddetta autorizzazione in bianco, un tema che va preso in considerazione.
Spigarelli è stato anche molto severo contro i giornalisti che pubblicano indiscriminatamente le intercettazioni, anche quelle che nulla hanno a che vedere con il caso specifico.
Io sarei molto severo a censurare questo illecito, non colpendo però il giornalista ma l'editore che condannerei a pagare il quantum che ha ricavato dalla pubblicazione di quelle intercettazioni.
In questo modo tutto non sarebbe più appetibile.
Non penso poi che senza questo strumento non si facciano passi in avanti nei reati contro la pubblica amministrazione
Il procuratore Melillo intervenendo nuovamente ha detto che comunque con l'avvento del sistema informatico 5G, salterebbe tutto perché non si riuscirebbe a sapere nemmeno più da dove arrivi il segnale e sarà anche sempre più difficile utilizzare gli strumenti della captazione.
Infine il procuratore di Napoli ha detto: Non nego ci siano da parte nostra prassi sbagliate, comportamenti deplorevoli ed anche abusi.

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