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Benevento, 06-10-2018 12:38 ____
Ricordo con nostalgia quel giorno in cui il figlio del mio caposala si presento' con una bottiglietta in mano contenente le urine della moglie...
Era evidente il turbamento per il timore di un terzo figlio a distanza di nove anni dal secondo... Lo calmai ed andammo spediti al laboratorio di analisi... Oggi ho incontrato Gianmarco, il frutto di quel responso, un elegante giovanotto trentenne
Nostro servizio
  

In questi mesi, da più parti, si fa un gran parlare di sanità.
Per tale motivo, episodi simili a quelli di cui ci siamo trovati, giorni fa, ad essere involontari spettatori meritano la citazione.
Non altro se non per evidenziare che, malgrado tutto, tra le mura del "Rummo", sono racchiuse sofferenze, gioie, rapporti indistruttibili, eventi indimenticabili.
Ricordi che vanno oltre la vita.
Negli ultimi tempi, quando i quotidiani impegni di entrambi lo permettono, il nostro direttore, si intrattiene, per gustare insieme un caffè, dinanzi al bar di piazza Santa Sofia, con Peppino De Lorenzo.
Quest'ultimo lo fa con immenso piacere essendo, a suo dire, ritornato ad un'abitudine di cinquant'anni fa.
L'incontro di ogni sera, presso lo stesso bar, in quel tempo, era consuetudine farlo con l'allora direttore di "Messaggio d'Oggi", Giuseppe De Lucia.
E' questa l'occasione per rivedere, al passaggio, tanti amici, talvolta, involontariamente, da tempo, non visti, così come siamo usi, un po' tutti, alle corse della vita quotidiana.
Peppino De Lorenzo, di volta in volta, non manca di aprire i tanti cassettini della sua memoria.
Appunto, l'altro giorno, ne ha aperto un altro che non può passare inosservato.
Abbiamo gradito, malgrado fossimo stati coinvolti direttamente, che sia lui stesso a narrare l'accaduto.
Ecco il suo racconto.
"E' davvero incredibile la rapidità, la precisione, talvolta la violenza con cui ci aggrediscono i ricordi.
Spesso li richiamano un'immagine, una parola, un profumo, il motivo di una canzone, ma lampeggiano anche a tradimento, fulminei come lame d'acciaio.
Non si sa da dove vengono, né si conosce il motivo, quale gioco di cellule impazzite, che li fa nascere nel misterioso laboratorio del cervello.
Precipitano come una cascata, si rincorrono, si dissolvono e per ciascuno c'è una fitta di dolore, un granello di nostalgia, un imprevisto impulso di collera.
Accetto, per questo, di buon grado, l'involontario ed indimenticabile amarcord che parte da lidi lontani ed apro ben volentieri anche questo personale cassettino della memoria, constatando, mi sia concesso, che tutti i discorsi di Cicerone sulla veneranda vecchiaia trovano ripetute smentite da parte di arzille persone anziane che aprendo, appunto, i cassettini della memoria, mettono in evidenza il grande bagaglio dell'esperienza.
Bene.
Qualche giorno fa, mentre con il direttore di "Gazzetta" gustavo il consueto caffè, al nostro tavolino si è avvicinato un giovane, Gianmarco, curato nell'abbigliamento e di gradevole aspetto.
Pietronigro non ha mancato di presentarmelo, cercando di evidenziare che fosse suo amico e, tra l'altro, dipendente di una Azienda locale.
La presentazione, così affettuosa e dettagliata, è stata interrotta da una risata da parte mia e del ragazzo, al punto che Pietronigro, dopo un iniziale smarrimento, ha precisato: "Vi conoscete già?"
Di qui, ha avuto inizio il mio racconto, a tratti, interrotto da precisazioni del nostro giovane interlocutore.
Questi, infatti, è nipote di una delle figure storiche dei caposala succeduti, nel tempo, presso il "Rummo".
E' venuto spontaneo ricordare il primo incontro avuto con il nonno di questo ragazzo, quando, quella mattina di tanti anni fa, fresco di laurea, feci il mio ingresso nell'allora reparto di neurologia con annesso pronto soccorso psichiatrico.
Un personaggio meraviglioso. Un giovane medico ed un caposala maturo.
Accanto a lui, da quel giorno, sino alla morte, avvenuta il 6 settembre 1997, ho vissuto anni indimenticabili.
In quel tempo, Pietronigro ascoltava sempre più stupito il racconto, medici ed infermieri erano carichi di grandi ideali e progetti ambiziosi che, in ultimo, comunque, e quindi, non solo oggi, si scontravano, a poco a poco, con la dura realtà, fatta di arretratezza culturale, miopia gestionale, insufficienti organici e, in alcune zone, strutture fatiscenti.
Per l'incertezza di ogni inizio professionale, con lui mi sentivo sicuro e così, lungo il cammino, lasciavo alle spalle i fantasmi che, di solito, accompagnano la vita d'ogni studente di medicina.
Combatteva le sue giornate senza orari, di pressanti e vane richieste, di risposte negative che, in ultimo, anche a lui lasciarono il loro piccolo, ma assiduo segno sulle coronarie.
Compariva nelle stanze del reparto, il suo regno, dava una rapida occhiata. Impartiva, sommesso, qualche ordine agli infermieri di turno, quasi impercettibile.
Ricompariva, sempre preso da mille attività.
Sapeva bene, da infermiere esperto, che anche il mare più calmo abbia correnti vorticose che lo feriscono, ma tendeva alla rappresentazione di un equilibrio in cui la ragione potesse disegnare il suo spazio come i confini di un tempo.
Ci sono degli uomini che non riescono ad appartenere soltanto al proprio lavoro, ma, involontariamente, entrano nella vita di chi è accanto e ne diventano prigionieri.
Attilio Musco è stato uno di questi.
Onestà intellettuale mi impone di precisare che anche con chi lo ha succeduto il rapporto è stato bello.
La signora Adele Molinaro, ad esempio, caposala preparata e sempre disponibile, cui, ancora oggi, sono legato da profondo affetto.
Attilio costituiva il primo amore, l'inizio della mia professione e, in quel tempo, era per me una specie di ringhiera cui mi tenevo afferrato.
Poi, quella ringhiera divenne invisibile quando lui sprofondò nell'oceano dell'eternità. Tuttavia, in quel momento, incominciai a percepire dal fondo di quello stesso oceano il fluido direzionale, infallibile, che ha continuato a guidare la mia rotta ed assicurata la mia navigazione.
Un giorno, si vide morire sul tracciato elettrocardiografico che scorreva dinanzi ai suoi occhi. Il dolore precordiale non gli tolse la lucidità. Lo rivedo immobile quando, nella bara, gli pettinavano i suoi bei capelli bianchi.
Le nostre vite erano unite e lui, ad ogni ricorrenza, gradiva che, con tutti i suoi familiari, ci fossi sempre io.
Quando lasciò il servizio, non potendomi vedere con puntualità, colpa le mie corse, prese l'abitudine di andare a casa mia, puntualmente ogni mattina, ove mia madre, allora in vita e mia moglie, gli dovevano preparare la colazione.
La sua giornata doveva incominciare vedendo un componente la famiglia De Lorenzo.
Nel corso dell'incontro con il nipote, Pietronigro ha ascoltato questa realtà vissuta tra le mura del "Rummo".
E' stato lo stesso giovane a riferirci che, ancora oggi, a casa della nonna, vivente, vi sono esposte le foto che ritraggono me con il nonno, rimaste lì, come ventuno anni fa lui le lasciò. In quelle foto che non ricordavo, ho rivisto la mia giovinezza, i ricordi, speranze, affanni, trepidazioni.
E, in ultimo, il giovane ha voluto che io raccontassi la sua venuta al mondo. Con me, infatti, ha, poi, lavorato anche suo padre, figlio del caposala Attilio.
Una mattina, questi venne in servizio con una bottiglietta tra le mani, manifestando un evidente turbamento. Il timore di un terzo figlio, a distanza di nove anni dal secondo.
Lo calmai e, insieme, con il contenitore che custodiva le urine, andammo spediti al laboratorio analisi, all'epoca diretto da Pellegrino Iannella. Dissi al collega di darmi, nei limiti del possibile, il risultato in tempi brevi.  Iannella fu più veloce di un missile.
E, l'altro giorno, il nostro giovane interlocutore, rivolgendosi al direttore di "Gazzetta", ha detto: "Sono io il risultato di quell'analisi tanto turbolenta".
Ricordi bellissimi che sono intimamente legati alla vita.
Di tutto quel tempo, tra le mura del "Rummo", non c'è più niente. Tuttavia, senza nulla togliere a tanti valorosi medici ed infermieri di oggi, ciò che ascoltiamo, ogni giorno, ci fa sentire, spaventosamente, poveri.
E tutto per colpa della politica che fa lavorare medici ed infermieri in condizioni disumane.
Ecco come mi possa appartenere, a distanza di tanti anni, la morte di un caposala, come prima, fu per la sua vita.
Anzi, ancora di più, mi ha permesso di recepire, nel momento della crisi che è venuta dopo, il senso acuto della mancanza, la coscienza dimenticata di ciò che sia rimasto del "Rummo" di allora, reso, improvvisamente, più povero.
Concludendo il nostro discorso di qualche mattina fa, al nostro giovane interlocutore ho ricordato che, così come mi ha informato di quelle foto rimaste al loro posto, anch'io conservo un ricordo ben preciso. Poichè, allora, era consuetudine scambiarci un dono ad ogni ricorrenza, suo nonno, il mio caro Attilio, per l'ultima festività di San Giuseppe, giorno del mio onomastico, mi regalò una giacca. Oggi, non più di moda e molto usata. E', comunque, rimasta nell'armadio, al suo posto, e vi rimarrà finchè la mia vita duri.
La elimineranno dopo di me.
Quella giacca è il ricordo di una persona che un giorno me la donò con tanto affetto e rappresenta, oggi, un ricordo tra i tanti suoi ricordi.
Ciò dimostra quanto fossero intensi i legami di allora, al punto che fui nella possibilità di poter chiedere l'accredito bancario del mio stipendio solo dopo la morte del mio caro Attilio, in quanto era consuetudine, sin dall'inizio, che lui avesse la delega per la riscossione.
Così, anche quando lasciò il servizio per la pensione, di pomeriggio, veniva allo studio e mi portava i liquidi.
Curava di persona se la somma fosse esatta. Indescrivibile quanto si verificava nel momento in cui si incominciava a parlare di arretrati da riscuotere.
In fondo, malgrado tanti difetti che mi riconosco, ho saputo apprezzare ogni piccola esperienza con grande intensità, rendendomi conto di quanto fosse preziosa e ricordandomi sempre che un giorno tutto finisce.
Non ho avuto fretta di crescere e soprattutto non mi sono mai annoiato.
Giorno dopo giorno, ho tentato di vedere il lato bello anche nei momenti più brutti.
Che non sono stati pochi. Fors'anche per libera scelta".

 

                                     

comunicato n.116531



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