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Benevento, 08-09-2017 08:02 ____
I vecchi ricordi che affiorano alla memoria quando si parla della Colonia Elioterapica al Rione Ferrovia
Il complesso sportivo venne costruito negli anni Trenta per "i figli del popolo". Doveva servire per i "balilla": Bagni di sole e di fiume, considerando la vicinanza del Calore. L'opera era completata da un funzionale refettorio, scrive De Lorenzo
Nostro servizio
  

Domani, sabato 9 settembre, dopo diversi anni di abbandono, sarà inaugurata, a seguito di ristrutturazione, la Colonia Elioterapica (nella foto la versione restaurata).
E', di certo, un evento importante considerando la storia che quel luogo sportivo ha, avendo, negli anni addietro, accolto tanti giovani che ivi hanno trascorso, intenti ad attività sportive, ore di spensieratezza.
E', ancora una volta, il nostro Peppino De Lorenzo ad offrirci ragguagli sulla storia della Colonia Elioterapica.
O meglio, oggi, siamo stati noi, prima che lo facesse lui, ad aprire direttamente un cassettino della sua memoria.
Lo abbiamo fatto riprendendo un pezzo di un suo libro in cui, ricordando la fanciullezza, parla appunto del luogo sportivo. (Giuseppe De Lorenzo - "Ribelle per caso" - edizioni Murgantia 1997).
Ecco quanto in esso si legge relativamente alla Colonia Elioterapica.
"Spesso, i ricordi vecchi e nuovi riaffiorano e si ricompongono in un affresco vivissimo nella mia mente.
L'odore di quella casa in via Vittorio Veneto, ubicata in un edificio popolare che ancora oggi esiste, allora circondato da tanto verde ed ora assediato dal cemento, si identifica con quello del ragù messo a bollire sul fuoco la domenica.
I ricordi di quella strada sono quelli dell'infanzia e della gioiosa adolescenza, periodi, nel complesso, ideali, trascorsi nella confortante consapevolezza di essere amato a sufficienza.
La scuola, i primi giochi, le esperienze della vita collettiva tra i banchi dell'edificio elementare di via Colonnette.
Chi non ricorda, fra quelli che furono gli abitanti di via Vittorio Veneto, le mie corse in bicicletta, prima ed in motorino, poi?
Quante volte tornavo coi capelli azzuffati, rosso in viso, madido di sudore, e mi addormentavo di piombo, stanco, talvolta, senza toccare cibo e dormivo il sonno senza eguali dell'adolescenza!
Ecco perché l'immagine ed i ricordi di ogni luogo della città, già allora, mi cantavano in cuore la musica incantata della felicità.
Della strada della mia infanzia, tuttavia, un luogo mi rimarrà vieppiù caro e rivedrò sempre con nostalgica tristezza: è la Colonia Elioterapica.
Il complesso sportivo venne costruito negli anni Trenta per "i figli del popolo". Doveva servire per i "balilla": bagni di sole e di fiume (considerando la vicinanza del Calore). L'opera era completata da un funzionale refettorio.
Nel 1944, crollato il fascismo, arrivarono a Benevento gli alleati ed occuparono l'intero complesso, trasformandolo in accampamento militare con le cucine da campo, i cassoni dell'acqua potabile, i depositi per le munizioni ed i pennoni per l'alzabandiera.
Passata la guerra, la Colonia venne riattata in complesso sportivo e furono quelli gli anni in cui, con gli amici d'allora, trascorrevo intere giornate ivi intento ai miei giochi di bimbo.
Avevo nove o dieci anni e possedevo una bicicletta con la quale, di tanto in tanto, facevo escursioni nella zona.
Era d'estate ed un comitato organizzatore di giochi dette vita ad una competizione ciclistica da disputarsi tra i ragazzi della mia età.
Senza dire alcunché ai miei genitori, m'iscrissi onde partecipare alla gara, ignaro di cosa mi accadesse.
Il caso volle che ad essere vincitore fossi proprio io. La mia gioia, però, fu, d'improvviso, infranta, quando, dopo aver ricevuto, sul palco eretto in proposito, proprio nella Colonia Elioterapica, dalle mani del compianto Pasquale Saponaro, allora presidente dell'Amministrazione Provinciale di Benevento, una medaglia d'oro, vidi comparire mia madre che me le suonò di santa ragione in presenza dei convenuti.
Il motivo del disappunto era stato generato dal fatto che, avendo tenuto all'oscuro di tutto i miei familiari, mi ero presentato sul palco delle autorità con le ginocchia sporche, i capelli azzuffati e gli zoccoletti ai piedi.
Anche via Vittorio Veneto, squallida strada impastata di smunti colori, è mutata ed in modo che nulla più esiste di ciò che formava in me l'immagine beata del paradiso imbalsamato del mio ricordo.
Ciò, tuttavia, non rompe in me, malgrado l'urto prepotente della nuova realtà, la visione dei miei intimi ricordi, dal momento che poesia, musica e sogno sono lì e, quindi, la divina facoltà della mia fanciullezza non viene dissipata. Se appena, ancora oggi, mi concentro, l'immagine della Colonia Elioterapica avanza prepotente nella memoria e, per quanto possa vivere e conoscere, sempre lì sarà concentrato tutto il mio mondo.
Ritengo, infatti, che non bisogna prima averla interamente vissuta l'esistenza per capire come l'amore della propria terra possa essere, senza verun dubbio, il più tenace e dolce di tutti.
"Se vuoi essere veramente universale, studia il tuo paese" asserisce, e non a torto, Balzac".
Sin qui quanto si legge nel libro di De Lorenzo, pubblicato venti anni fa.
Non abbiamo mancato, comunque, di chiedergli quale oggi fosse la sua sensazione.
"Dolcezza e tristezza insieme - ci ha risposto - anche perchè il destino sta volendo, che, in questo periodo, si stanno verificando, l'uno dopo l'altro, eventi che mi portano indietro nel tempo.
Quello del Teatro Massimo ne è stato un altro. Ieri sera, dopo il lavoro, appresa la notizia dell'inaugurazione, prima di rincasare, sono andato lì.
Mi sono fermato a lungo dinanzi all'ingresso.
Ricordi, uno più bello dell'altro, mi hanno preso.
Ed in più una sensazione, del resto umanamente spiegabile, quasi che qualcosa mi venisse tolto, qualcosa che sentivo personale.
Una sensazione, ripeto, frutto del tempo.
Anzi, sono contento di sapere che la Colonia Elioterapica ritorni a vivere ed auguro ai ragazzi d'oggi che la frequenteranno di vivere lì le stesse mie gioie di quando avevo la loro età.
Don Pompilio Crispino, attuale parroco della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, meritatamente, ha preso il posto di don Luigi Chiocchio, parroco di allora, vigile custode di noi ragazzi dell'epoca.
Per sopperire alla involontaria emotività, ci ritornerò con i miei nipotini.
Sarà la loro gioia di  vivere che, ne sono certo, mi farà rivedere quel luogo con l'entusiasmo del tempo che fu. Senza nostalgie.
Infatti, gli anni trascorsi sono troppi. Fors'anche troppi.

comunicato n.105488



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