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Benevento, 10-02-2019 11:18 ____
Ringrazio il meraviglioso ascensore che, malgrado tutto, e' la vita. Sale e scende. Senza mai fermarsi
Ho incontrato dopo vari decenni un vecchio amico che mi fu vicino in un momento per me terribile, la morte di mio padre ed ho avuto conferma che la gloria, il potere, il successo non hanno alcun valore
di Giuseppe De Lorenzo
  

Ci sono, talvolta senza neanche rendersene conto, dei momenti in cui, magari quando meno siamo preparati, la vita ci fa trovare dinanzi ad eventi che ci prendono d'improvviso.
Infatti, quello dell'altro giorno è stato per me, mi si creda, un incontro lieto, una delle poche emozioni belle che ci sia ancora consentito di fare nell'attuale momento che viviamo, colmo di eventi tristi.
Un pomeriggio come tanti, quando la mia segretaria mi ha annunciato la presenza, nella sala di attesa dello studio, tra i pazienti, di un amico che intendeva parlarmi. Enzo, il nome, a suo dire.
Ho cercato di capire chi fosse, ma, per quanti sforzi potessi fare, dai pochi dati, sinceramente, è apparso difficile riuscire nell'intento.
Così, incuriosito, non appena ho avuto la possibilità, sono uscito fuori e, da subito, quel nome, sino a qualche minuto prima, quanto mai vago per me, è apparso legato ad una persona che non vedevo da tempo, ma il cui ricordo era, comunque, rimasto scolpito nel mio cuore.
Dopo il primo momento di esitazione, nel chiedere ai presenti di concedermi un momento di libertà, l'ho invitato ad entrare. Enzo, tanti anni fa, era assistente tecnico del laboratorio di fisica presso il locale Liceo Scientifico "Gaetano Rummo" (foto), occupando l'incarico tenuto in precedenza dal mitico Attilio Calabrese.
Enzo, a contatto con mio padre, che in quell'Istituto svolgeva il suo compito educativo, quale insegnante di matematica e fisica, si era a lui legato.
Erano quelli, molti professionisti d'oggi ne avranno memoria, gli anni del preside Michele Orlano, Felice Morone, Pierino Varricchio, Antonio De Spirito, Raffaele Mango, Gaetana Intorcia, Emidio De Luca, Elia La Peccerella e tanti altri.
L'Istituto era ubicato in via Orbilio Pupillo, la traversa di piazza Roma, nota come 'a scesa du Gesù, poi, trasferitosi in via Torre della Catena, prima di occupare la sede attuale in via S. Colomba.
Mio padre, così come era stato in precedenza con Calabrese, che, addirittura lo aveva visto, presso lo stesso liceo, prima allievo e, poi, insegnante, si legò al nuovo arrivato, Enzo Terella, nativo di Apice. Quando si ammalò, ancora nel pieno vigore, Enzo gli fu accanto, senza risparmiarsi.
Quella sera, del dicembre 1975, quando mio padre era ormai agli estremi, fu lui ad aiutarmi a riportarlo a morire in casa nostra, da Napoli, ove era ricoverato.
L'arrivo di Enzo, di pochi giorni fa, nel mio studio, era dovuto al fatto che un suo familiare stava male e chiedeva il mio intervento.
Non ho esitato a partire, da subito, con lui.
Secondo il mio credo, l'ingratitudine è il peggiore dei difetti umani.
Quest'uomo mi aveva teso la mano nel momento del bisogno e ciò non poteva essere vanificato.
Dal trasporto di quella sera, ormai lontana, sono trascorsi 43 anni, ma il lungo tempo non mi ha concesso di dimenticare.
Scendere con Enzo le scale del mio studio è stato come rivedere un film. In quel tempo, infatti, lì abitavamo.
Ho rivisto mio padre come un uccello spaurito nella vecchia gabbia di un cadente e sporco ospedale di Napoli.
Lì, la diagnosi senza appello, carcinoma epatico con metastasi in atto. Il suo sguardo smarrito che dimostrava l'estraneità a quel luogo, il furto al suo habitat naturale, la sua casa ed il suo studio in piazza Santa Maria, ove tutto è rimasto come allora. Indimenticabili i giorni trascorsi in un luogo tanto temuto.
Mai avuto un bacio od un abbraccio da mio padre. Una volta era in uso il pudore dei sentimenti. Eppure, ho sempre avvertito il suo affetto, vero, enorme.
Ecco perché attraversare, giorni fa, con Enzo, quelle stesse scale, per me è stato fare un tuffo nel passato, quando, io e lui, senza nessuno, a sera tardi, lo mettemmo su di una sedia per portarlo a casa nostra e salire al secondo piano. Tutte le sue forze erano venute meno. Trenta chili in tutto. Il cancro lo aveva divorato in poche battute. Sono queste esperienze in cui ci possiamo trovare, d'improvviso e nei momenti più impensati. Ecco perché la gloria, il potere, il successo non hanno alcun valore.
A sera, dopo aver offerto il mio contributo, nei limiti delle possibilità di un medico, al familiare di Enzo, siamo ritornati a Benevento e lui mi ha accompagnato a casa. Ci siamo salutati, con affetto mai sopito.
Tutto questo si è verificato qualche venerdì fa, serata della settimana che dedico ai miei nipotini che, considerando la libertà del sabato, dormono con me.
E', questa, la loro gioia più grande.
Tutti e tre con me nel lettone, mentre la nonna viene relegata in un lettino, posto in un'altra stanza. E' un'avventura settimanale stupenda.
Nel pieno della notte, mentre il più grande, Giuseppe, (nella foto, a colloquio con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nelle sale del Quirinale) aveva posto, nel sonno, la sua gamba sul mio addome, la testina del più piccolo era sul mio torace.
Nell'immobilità forzata, che tutto questo posizionamento mi procurava, carezzavo il piccino e pensavo che, in ultimo, mi devo sentire fortunato in quanto dall'esistenza ho ricevuto molto di più di quanto mi aspettassi.
Così, assorto in questi pensieri, ho ringraziato il meraviglioso ascensore che, malgrado tutto, è la vita.
Sale e scende. Senza mai fermarsi.

                                            

comunicato n.119745




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