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Benevento, 13-01-2019 08:17 ____
Una tragedia di cento anni fa. Nel corso dell'epidemia di spagnola Giuseppe Toraldi si ammalo' morendo lo stesso giorno con il figlioletto Enzo
Un solo carro funebre li porto' entrambi al cimitero cittadino, l'uno accanto all'altro. La sua sposa, Luisa Delcogliano, non seppe resistere a tale immane dolore e si suicido' con l'ingestione di candeggina. Mori' dopo atroci sofferenze
Nostro servizio
  

Peppino De Lorenzo, nel corso della sua rievocazione storica di personaggi ed eventi del nostro territorio, in questa circostanza, ricorda una tragedia, oggi, ormai sconosciuta ai più, di cui quest'anno cade il centenario.
Una tragedia, appunto, che vide morire, nello stesso giorno, padre e figlioletto, colpiti dalla spagnola, una malattia virale dell'epoca, cui seguì anche la sposa e madre che, non reggendo al dolore, ingerì della candeggina.
E' questo un cassettino particolare della memoria del nostro Peppino dal quale emerge un ricordo legato all'origine della sua famiglia.
Sua nonna materna, Vincenza, infatti, faceva parte della famiglia Delcogliano, cui l'episodio, di seguito, descritto, intimamente, si lega.
Ecco quanto si legge.
"Nel rievocare una tragedia che, cent'anni fa, nel 1919, sconvolse la nostra città e che vide trasportare al camposanto padre e figlioletto con lo stesso carro funebre, cui, dopo tre mesi di agonia, si aggiunse la sposa e mamma, che, distrutta dal dolore, ingerì della candeggina, è opportuno ricordare l'epidemia che, in quei mesi, sconvolse il mondo.
La spagnola fu un particolare tipo di influenza che rappresentò una grande pandemia facendo la sua improvvisa comparsa alla fine della prima guerra mondiale. Furono decine di milioni le vittime che si contarono in tutto il mondo.
Il nome di spagnola per questa malattia virale derivò dal fatto che, nel momento in cui, all'epoca, comparve, a darne notizia fu solo la stampa iberica in quanto la Spagna, non essendo coinvolta nel primo conflitto mondiale, godeva della libertà nel campo giornalistico.
Benevento non fu risparmiata ed anche qui da noi furono molte le vittime. Fra queste ultime, quelle di una famiglia, per la crudezza della tragedia, destò la partecipazione sentita di tutti i sanniti.
Bene.
La famiglia Delcogliano originaria era composta da un maschio, Raffaele (nella foto ed il cui nipote, che ne rinnovava il nome, fu assassinato insieme al suo fedele autista) e da cinque sorelle (Filomena, Angelina, Maria, Luisa e Vincenza, quest'ultima, mia nonna materna).
 In sostanza, il nonno di Raffaele Delcogliano e mia nonna Vincenza erano germani.
Dei sei figli Delcogliano, ripeto, un fratello e cinque sorelle, Luisa sposò un insegnante del locale istituto tecnico industriale, Giuseppe Toraldi, dalla cui unione, nacque un figlioletto, Enzo.
Il professore Toraldi era originario di Caivano che, come si sa, è una piccola e ridente cittadina in provincia di Napoli, a metà strada tra Caserta e la città partenopea. Vincitore di cattedra a Benevento, Toraldi, giunse qui, e si innammorò della giovane Luisa Delcogliano che, di lì a breve, sposò, divenendo così, ed a ragione, sannita di adozione, dal momento che, nella nostra città, ininterrottamente sino alla morte, avvenuta nel pieno vigore della maturità intellettuale, svolse tutta la sua fertile attività di insegnante d'indiscusso valore.
Ai più, ed è naturale che sia così, oggi, il nome di Giuseppe Toraldi non dice alcunché.
La sua figura è ormai inghiottita dal tempo. Infatti, purtroppo, quella tragedia che sconvolse tanti nostri concittadini non ha, in ultimo, lasciato traccia.
Fu, così, che, nel corso dell'epidemia di spagnola che Toraldi si ammalò anche lui morendo lo stesso giorno con il figlioletto Enzo.
Un solo carro funebre li portò entrambi al cimitero cittadino, l'uno accanto all'altro.
Piccolo di statura, così, da bambino, sentivo descriverlo in casa Delcogliano, Giuseppe Toraldi, in tutto il suo essere, rivelava una solidità di carattere che avvinceva chiunque avesse rapporti con lui. Il suo viso volitivo e forte faceva ritrovare i lineamenti dei veri maestri.
Nei modi era semplice, cortese, affabile. Per tutti, quasi per istinto, era amico e confidente e gli allievi lo adoravano e serbavano per lui una stima senza limiti.
Era sempre attivo, dotato di quella carica innata di audacia che proviene dalla certezza del proprio ruolo nella vita d'ogni giorno e dalla consapevolezza della caducità delle azioni umane.
La tranquillità che lui aveva concretizzato dopo anni di studio e di privazioni ebbe una durata oltremodo breve.
Quando, nel 1919, continuò l'epidemia che portò a morte tanti nostri concittadini, Giuseppe Toraldi si ammalò ed a nulla valsero le affettuose premure dei familiari tutti.
Dopo pochi giorni, si spense tra il compianto degli amici e degli allievi ai quali, in vita, aveva saputo infondere, in ogni circostanza, fiducia e serenità.
A poche ore di distanza, anche il figlioletto Enzo, quasi per non lasciare il suo papà, del quale era l'orgoglio, venne anche lui, fulmineamente, condotto alla tomba dalla stessa malattia, la terribile spagnola.
Un solo carro, appunto, portò i resti mortali dei due al cimitero della nostra città, uniti in un crudele, ingiusto destino.
La diletta compagna di Giuseppe Toraldi, Luisa Delcogliano, non seppe resistere a tale immane dolore e preferì, suicidandosi, con l'ingestione di candeggina, dopo tre mesi di atroci sofferenze, seguire i suoi cari.
La vita della giovane sposa, infatti, d'allora, non avrebbe avuto più ragione alcuna.
Un esempio, quello di questa donna eletta, al quale, per loro sfortuna, i giovani d'oggi non assistettero.
Episodi di questo genere, purtroppo, sono scomparsi nella rumorosa superficialità che, impietosamente, c'investe da ogni parte, sempre di più.
Ecco perchè, dalla tomba di Giuseppe Toraldi si erge un monito, anche se le troppe ingiustizie sono diffuse ancora ovunque, i rancori, le disuguaglianze da dover superare. Non è che un monito, si sa. E se anche quest'ultimo non ci fosse, allora, saremmo, indistintamente, tutti morti. Proprio tutti.
Nel ricordare ai tanti beneventani d'oggi questa tragedia cittadina avvenuta cent'anni fa, mi sia concesso, nel concludere, aggiungere altro.
Dopo la morte dei tre, fu eretta una edicola votiva nella parte centrale del locale cimitero che raccolse le spoglie mortali. Innanzi, ben visibile, fu posizionata una grossa lapide con meravigliose parole scolpite nel marmo, parole che erano state dettate, quale ultimo atto d'amore, a galla sulla sofferenza del male che lo aveva colpito, proprio da Giuseppe Toraldi, in punto di morte.
Erano tanti i beneventani che, al passaggio, si fermavano a leggere.
Poi, d'improvviso, per costruire, da parte di un erede, una cappella più ampia, quella lapide fu divelta ed il grave fu che venne distrutta.
Le ossa dei tre, oggi, sono conservate nella nuova cappella, ma in un profondo anonimato.
Mi fermo qui, anche perché, proprio io, malgrado in quegli anni in cui la distruzione avvenne fossi giovane, manifestai, anche se molto pacificamente, trattandosi di morti, il mio disappunto, unendomi alla parte femminile ed anziana dei Delcogliano, allora, ancora in vita.
Arrivammo, purtroppo, troppo tardi, quando il marmo era stato già ridotto in frantumi.
Oggi, Giuseppe Toraldi riposa in pace con il figlioletto Enzo e l'amata sua Luisa. A loro, a distanza di un secolo, il nostro pensiero affettuoso".

comunicato n.119060




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